Andy Warhol: il quinto accordo

 

La vita di Warhol

Andy Warhol,  nato Andrew Warhola Jr. (Pittsburgh, 6 agosto 1928 – New York, 22 febbraio 1987). E’ l’ultimo di tre figli. E’  stato un pittore, scultore, regista, produttore cinematografico, direttore della fotografia, attore, sceneggiatore e montatore statunitense, figura predominante del movimento della Pop art e tra gli artisti più influenti del XX secolo. Sono stato  al Palazzo Blu di Pisa ( gennaio 2014)  in occasione della mostra di questo artista. Il palazzo blu,   è stato recentemente restaurato dalla Fondazione Pisa e  si  trova  sul Lungarno meridionale nel cuore del centro storico della città, a pochi passi dal Ponte di Mezzo e dal Palazzo Gambacorti, sede del Comune.  La storia del palazzo blu è la storia di Pisa. Esso è inserito in un complesso di edifici, tutti in posizione strategica vicino all’imboccatura del ponte che dal  X secolo attraversa il fiume di fronte alla porta aurea. E’ stato abitato da illustri famiglie nobiliari: dal Medioevo con i Sismondi e i Buonconte, fino a Giovanni dell’Agnello, primo e unico “Doge” di Pisa, che vi costruì la sua dimora alla metà del Trecento. Il complesso  residenziale appartenne poi ai Sancasciano e ai Del Testa, ai quali si deve la struttura tardocinquecentesca che il palazzo conservò fino al XVIII secolo, quando fu oggetto di ulteriori modifiche da parte dei nuovi proprietari, gli Agostini. Il Palazzo appartenne quindi di nuovo a un ramo dei Del Testa, poi ai Bracci Cambini e agli Archinto. Il colore esterno del palazzo, così anomalo nel Lungarno di oggi, risale a questo periodo. Nell’800 la proprietà passò alla famiglia Giuli e il  conte Domenico Giuli, acquistò nel 1864 dal Comune di Pisa un tratto del vicolo fra via dell’Olmo e via del Cappello, edificandovi una nuova ala che rendeva simmetrica la facciata e la collegava con il palazzetto Casarosa, anch’esso di sua proprietà. La Fondazione Pisa, acquistò  il palazzo all’inizio degli anni duemila e ne ha fatto un centro di attività culturale. 

I genitori, immigrati in Pennsylvania erano originari di Miková (un paese situato nella Slovacchia nord-orientale) erano cattolici e  frequentavano regolarmente la St John Chrysostom Byzantine  Catholic Church. Studiò arte pubblicitaria al ‘Carnegie Institute of Technology’, l’attuale Carnegie Mellon University di Pittsburgh. laureandosi nel  1949,  e in seguito si trasferì a New York lavorando  per riviste come Vogue e Glamour. Il 3 giugno 1968, una femminista radicale nonché artista frequentatrice della ‘The Factory’, Valerie Solanas, sparò a Warhol e al suo compagno di allora, Mario Amaya. Warhol riportò gravi ferite e si salvò ‘in extremis’. Morì a New York il 22 febbraio 1987, in seguito a un intervento chirurgico alla cistifellea, dopo aver realizzato ‘Last Supper’, ispirato all”Ultima Cena’ di Leonardo.

Tecnica

Usava molte tecniche ma  la ripetizione era il suo metodo di successo: su grosse tele riproduceva moltissime volte la stessa immagine alterandone i colori (prevalentemente vivaci e forti). Portava personaggi       (  tra cui: Marilyn Monroe, Mao Tse – Tung,  Che Guevara)     ,marchi commerciali e pubblicitari. Secondo una delle teorie della pop art l’arte doveva essere “consumata” come un qualsiasi altro prodotto commerciale. Warhol ha sostenuto e sperimentato altre forme di comunicazione, come ad esempio il cinema e la musica: ha prodotto alcuni lungometraggi e film, ha sostenuto alcuni gruppi musicali. “ Se vuoi conoscere tutto di Warhol non hai che da guardare la superficie: dei miei quadri e dei miei film e di me. Io sono lì. Dietro non c’è niente”. La biografia di Wharol ripercorre un’avventura artistica che ha saputo sperimentare svariate tecniche espressive, dalla fotografia alla pittura alla cinematografia, ma soprattutto ci fa conoscere “un’America che scopre il cibo in scatola, la rivoluzione sessuale e la contestazione giovanile; una società di massa non scevra di contraddizioni, dove l’entusiasmo sembra però la parola d’ordine per affrontare le nuove sfide. La pace nel mondo, la parità fra i sessi, la lotta al razzismo, erano temi che negli anni Sessanta scossero profondamente la società americana” (Niccolò Lucarelli).  E tuttora sono ancora presenti.

L’artista ha descritto molto bene la società dei consumi, dell’effimero, della luce che brilla solo per pochi istanti, nella quale tutti sognano di essere Marilyn Monroe o Mick Jagger (straordinari i loro ritratti in esposizione), sfaccettature di un’America conformista e puritana, ma anche trasgressiva e ribelle.

La Pop Art

La Pop Art è una delle più importanti correnti artistiche del dopoguerra. Discende direttamente dal graffiante cinismo della  “nuova oggettività”  e dalla semplicità equilibrata del Neoplasticismo, del Dadaismo e del Suprematismo. Nasce in Gran Bretagna alla fine degli anni cinquanta, ma si sviluppa soprattutto negli USA a partire dagli anni sessanta, estendendo la sua influenza in tutto il mondo occidentale. Rivolge la propria attenzione agli oggetti, ai miti e ai linguaggi della società dei consumi. È infatti un’arte aperta alle forme più popolari di comunicazione: i fumetti, la pubblicità, i quadri riprodotti in serie. Le fondamenta della Pop Art sono  nella cultura largamente dominata dall’immagine, una  immagine che proveniva dal cinema, dalla televisione, dalla pubblicità, dai rotocalchi, dal paesaggio urbano largamente dominato dai grandi cartelloni pubblicitari. In sostanza un quadro di Warhol che ripete l’ossessiva immagine di una bottiglia di Coca Cola ci testimonia come quell’oggetto sia oramai divenuto un referente più importante, rispetto ad altri valori interiori o spirituali, per giungere a quella condizione esistenziale che i mass media propagandano come vincente nella società contemporanea. La Pop Art non è un nuovo dadaismo.  In essa infatti è assente qualsiasi intento dissacratorio, ironico o di denuncia. In altre parole, la Pop Art attinge i propri soggetti dall’universo del quotidiano – in specie della società americana – e fonda la propria comprensibilità sul fatto che quei soggetti sono per tutti assolutamente noti e riconoscibili. L’ appellativo “popolare” deve essere inteso però in modo corretto. Non come arte del popolo o per il popolo ma, più puntualmente, come arte di massa, cioè prodotta in serie. E poiché la massa non ha volto, l’arte che la esprime deve essere il più possibile anonima: solo così potrà essere compresa e accettata dal maggior numero possibile di persone: Andy Warhol è il rappresentante più tipico della pop art americana. Figlio di un minatore cecoslovacco emigrato negli Stati, egli è uno dei rappresentanti più tipici della cultura nord-americana, soprattutto per la sua voluta ignoranza di qualsiasi esperienza artistica maturata in Europa. Rifiuta per intero la storia dell’arte, con tutta la sua stratificazione di significati e concettualizzazioni e  si muove unicamente nelle coordinate delle immagini prodotte dalla cultura di massa americana.  La sua arte prende spunto dal cinema, dai fumetti, dalla pubblicità, senza alcuna scelta estetica, ma come puro istante di registrazione delle immagini più note e simboliche. E l’opera intera di Warhol appare quasi un catalogo delle immagini-simbolo della cultura di massa americana: si va dal volto di Marilyn Monroe alle inconfondibili bottigliette di Coca Cola, dal simbolo del dollaro ai detersivi in scatola, e così via.

Psicologia delle masse

La pop art nasce e si sviluppa in un contesto sociale fortemente condizionato dalla produzione in serie e dai consumi di massa. Si tratta di un contesto socioeconomico che segna l’avvento di una ‛società opulenta’ in cui alla psicologia del risparmio e del produrre si sostituisce la psicologia dello spreco e del consumo. Il Random House dictionary of the English language definisce la pop art ‟uno stile, specialmente della pittura figurativa, sviluppatosi negli Stati Uniti e che ebbe corso all’inizio degli anni sessanta, caratterizzato principalmente dall’ingrandimento di forme e immagini derivate da generi di arte commerciale come le strips di comics e i manifesti pubblicitari”. La definizione presenta quindi due significati diversi, anche se tra loro strettamente collegati: in un primo tempo, essa si riferisce ai prodotti dei mass media e agli oggetti di consumo corrente; in un secondo momento, si riferisce alle opere d’arte in senso proprio che prendono a modello le immagini e gli oggetti prodotti in serie.  ( Fonte:  Treccani,  enciclopedia del novocento).
Ora facciamo un excursus storico sulla psicologia della massa.
 Gustave Le Bon, (Nogent-le-Rotrou, 7 maggio 1841 – Marnes-la-Coquette, 13 dicembre 1931)  saggista e positivista francese, con “La Folla: Studio della mentalità popolare” (1895), pone le fondamenta della Psicologia delle masse Nella sua visione, la massa – permeata da sentimenti autoritari e d’intolleranza – crea un inconscio collettivo attraverso il quale l’individuo si sente deresponsabilizzato e viene privato dell’autocontrollo, ma che rende anche le folle tendenti alla conservazione e orientabili da fattori esterni, e in particolar modo dal prestigio dei singoli individui all’interno della massa stessa., Gabriel Tarde (Sarlat, 12 marzo 1843 – Parigi, 12 maggio 1904) è stato un criminologo, sociologo e filosofo francese, professore di filosofia moderna al Collège de France, nel 1901 contraddisse l’amico Le Bon là dove questi considerava preponderante la voce delle masse: la folla era infatti per Tarde “il gruppo sociale del passato”. Era il pubblico, il “gruppo sociale del futuro”. Il pubblico moderno era un’entità un po’ diversa dalla massa: più ristretta, economicamente superiore, lontano dalla piazza, dalle conversazioni faccia-a-faccia e dal dibattito politico diretto. Si trattava essenzialmente di “una collettività spirituale, una dispersione di individui fisicamente separati la cui coesione è interamente mentale” ( fonte: wikipedia)
Freud (Příbor, 6 maggio 1856 – Londra, 23 settembre 1939) in   “psicologia delle masse e analisi dell’IO “ del  1921 afferma: che “ nell’individuo appartenente alla massa svanisce il concetto dell’impossibile»,  «nello stare insieme degli individui riuniti in una massa, tutte le inibizioni individuali scompaiono e tutti gli istinti inumani, crudeli, distruttivi, che nel singolo sonnecchiano quali relitti di tempi primordiali, si ridestano e aspirano al libero soddisfacimento pulsionale»; «non deve quindi sorprendere che nella massa l’individuo compia o approvi cose da cui si terrebbe lontano nelle condizioni di vita normali». Nella massa ci può essere l’alienazione dell’individuo.  Possiamo dire che gli estesi legami affettivi da noi individuati nella massa bastano a spiegare uno dei suoi caratteri: la mancanza di autonomia e d’iniziativa nel singolo, il coincidere della reazione del singolo con quella di tutti gli altri, l’abbassamento del singolo -per così dire- a individuo collettivo.

 Nella pop art la rappresentazione in serie di un personaggio o di un prodotto commerciale assume il significato di archetipo mitologico non solo  punto di riferimento dei mass media ma anche bene di consumo di massa

 

 

Citazioni

Il motivo per cui dipingo in questo modo è che voglio essere una macchina e mi sembra che ogni cosa che faccio come una macchina , sia quello che voglio ( 1963); a pop art è un modo di amare le cose recentemente alcune aziende si sono mostrate interessate a comprare la mia “aura”. Non volevano i miei prodotti. Non facevano che dirmi: “ vogliamo la tua aura”. Non ho mai capito cosa volessero. Ma erano disposti a pagare un sacco di soldi; Se volete sapere tutto su Andy Warhol, basta  che guardate la superficie: quella delle mie pitture, dei miei film e la mia, lì sono io. Non c’è niente dietro; alcuni critici hanno detto che sono il Nulla in Persona e questo non ha aiutato per niente il mio senso dell’esistenza. Poi mi sono reso conto che la stessa esistenza non è nulla e mi sono sentito meglio; Io non vado mai a pezzi perché non sono mai tutto intero; o ho cominciato come artista commerciale e voglio finire come artista del business; un amore immaginario è molto meglio di un amore reale. Non farlo mai è molto eccitante. Le attrazioni più eccitanti sono quelle tra due opposti che non s’incontrano mai; penso molto a quelle persone che si pensa non abbiano problemi, che si sono sposate e vivono e muoiono ed è stato tutto meraviglioso. Io non ne conosco nessuna. Hanno sempre qualche problema, non fosse altro che per lo sciacquone che non funziona; non pensare di fare arte, falla e basta. Lascia che siano gli altri a decidere se è buona o cattiva, se gli piace o gli faccia schifo. Intanto mentre gli altri sono lì a decidere tu fai ancora più arte:. Se raccogliessero tutte le frasi che ho detto capirebbero che sono un idiota e la smetterebbero di farmi domande. Vorrei una pietra tombale senza iscrizioni di sorta. Nessun epitaffio, neppure il nome. Anzi no, mi piacerebbe che fosse scritto sopra “finzione”;

Il quinto accordo: finzione e realtà

Mi è piaciuto il libro scritto da Andy “ la filosofia di Andy Warhol ( from A to B and  back again). Un testo molto interessante redatto  sotto la prospettiva di come Andy si mette in contatto con Warhol. Il libro è diviso in argomenti  ( amore in pubertà, e in senilità, la bellezza, la fama il lavoro, il tempo l’economia, l’atmosfera, il successo,, l’arte, il potere dell’intimo. Ogni argomento include molte pagine. La riflessione sulla “morte” è di due righe e mezzo e così dice: “ non credo  nella morte, non sono tenuto a sapere quello che è successo. Non posso dire niente perché non sono preparato a tutto questo”. Mascherandosi sotto una superficialità disarmante, Warhol ha in realtà predetto con la sua arte la società assatanata e cannibale della comunicazione e del consumismo nella quale oggi viviamo. La sua può sembrare una filosofia fredda  e  piena di cinismo, intrappolato dietro l’etichetta di artista commerciale.  
Personalmente penso che tutti i miti, le ombre e i personaggi di Andy Warhol siano delle realtà e  contemporaneamente delle finzioni. Ci parlano  con un dialogo stringente: “io non sono e io sono”, oppure io sono questo, io sono quello”. Difficilissimo per decodificarlo. Il quinto accordo è essere scettico, non credere né a te stesso né a nessun altro. In questo contesto bisogna usare il potere del dubbio per esaminare ciò che si sente e ciò che io sento. Con Warhol tu puoi ascoltare le intenzioni dietro  la forma che lui ti offre ( anche in forma seriale) e solo così  puoi capire il vero messaggio.

Angelo Vigliotti
Scritto da Angelo Vigliotti