L’ansia di separazione

1- da www.pianetamamma.it
E’ sorprendente che in molti genitori vi sia la convinzione che il pianto del proprio neonato, quando non è giustificato da necessità di ordine fisiologico, venga attribuito all’angoscia della solitudine o alla paura dell’abbandono. Questo tipo di emozioni infatti rientrano nel repertorio cognitivo, che necessita, come dice la parola stessa, di una cognizione, che è strettamente dipendente dallo sviluppo delle connessioni cerebrali e delle aree corticali superiori. La presenza di questo tipo di emozioni nel neonato è pertanto davvero improbabile. Molto spesso si tratta invece di proiezioni che gli adulti fanno sui loro neonati, perché in cuor loro aspirerebbero ad essere dei genitori perfetti e vivono quindi nel timore di non aver mai fatto abbastanza, o per un accudimento ipervigile nei confronti del proprio bambino che li configura costantemente on-line sulla regolazione di quest’ultimo, talvolta in maniera eccessiva. Ricordiamoci che è solo a partire dall’ottavo mese che si sviluppa quella che nella letteratura scientifica è nota come angoscia dell’estraneo, un fenomeno riconosciuto originariamente da Spitz come uno dei principali organizzatori della psiche infantile. Affinchè si sviluppi quest’emozione infatti è necessario che il bambino distingua la propria madre e le figure a lui familiari dagli estranei, verso i quali si relaziona in maniera diffidente. Una volta che entro il primo anno di vita non solo il bambino sviluppa l’angoscia nei confronti delle persone non familiari, ma ha anche scelto la figura preferenziale di attaccamento, che nella maggior parte dei casi è la madre, se presente, sviluppa tutta una serie di comportamenti che rivelano la presenza della cosiddetta ansia di separazione. Un primo esempio di questi comportamenti è la paura del buio o il rifiuto di andare a dormire nel proprio letto.
Addormentarsi rappresenta infatti una separazione dalla figura di attaccamento che deve essere gestita secondo un rituale prevedibile e non affrettato, come cantare una ninna nanna o raccontare una favola, rimboccare le coperte, dare il bacio della buonanotte. Questo insieme di azioni creano un contesto di coerenza all’interno del quale questo tipo di ansia riescere ad essere gestita con successo. E’ opportuno che nel graduale cammino verso la conquista delle autonomie, che a partire dall’alimentazione autonoma conduce alla deambulazione e all’acquisizione del linguaggio, il bambino impari anche ad addormentarsi da solo e quindi ad autoregolare il proprio stato dall’agitazione alla calma. E’ dunque sconsigliabile abituare il bambino ad addormentarsi nel lettone per poi portarlo nel suo letto o lasciare che dorma tra i genitori.
Un evento trigger dell’ansia di separazione è rappresentato dal momento dell’inserimento del bambino all’asilo o nell’ambiente scolastico. In questi casi è meglio affrontare direttamente le emozioni del bambino. E’infatti naturale che il bambino protesti alla separazione anche con un pianto disperato, ed è auspicabile che il genitore sappia accogliere questo dispiacere senza sentirsi in colpa e senza negarlo. Un’altra forma attraverso la quale il bambino manifesta il disagio connesso alla separazione dal genitore è la frequente lamentela di sintomi fisici, come il mal di pancia o il mal di testa in procinto di una separazione. Questo comportamento è molto diffuso in età scolare e si mescola spesso a difficoltà legate all’ansia da prestazione e a possibili difficoltà sociali all’interno del contesto scolastico che, se presenti, devono ricevere la giusta attenzione.
Ancora i sintomi dell’ansia di separazione possono comparire ogni qual volta si presenti l’occasione di separarsi per un periodo anche breve dal genitore; possono allora emergere nel bambino timori insoliti, come quello di essere rapito o che accada qualcosa di male al genitore che si allontana. Naturalmente è anche importante il modo in cui il genitore vive e gestisce lui stesso i momenti di allontanamento dal proprio bambino. L’ansia ha infatti il potere di trasmettersi da un soggetto a un altro e pertanto se il genitore vive in modo apprensivo ogni separazione non si può pretendere che il bambino la viva in modo sereno. Non bisogna dimenticare che a sei mesi il bambino per valutare le situazioni di novità e di pericolo del mondo utilizza il riferimento sociale, cioè guarda il volto della madre e decide in base all’espressione che legge sul viso di quest’ultima cosa fare e come sentirsi. Se vedrà un volto terrorizzato ed in preda al panico non potrà mai sentirsi rassicurato.
Il criterio che permette di differenziare manifestazioni normali dell’ansia di separazione, che è un’emozione normale presente in tutti i bambini, rispetto a un disturbo d’ansia che deve incontrare il parere di uno specialista è individuabile nella stabilità nel tempo e nell’intensità di questi comportamenti. Se il pianto al momento dell’allontanamento del genitore è considerto un fenomeno normale non è così se la separazione scatena costantemente vere e proprie crisi di inconsolabilità e di panico

2. www.synergiacentrotrauma.it  ( Cristina Roccia, Francesca Votteri )
I bambini molto piccoli, fino a tre anni di età, fanno fatica a separarsi dalla figura di accudimento primaria (in genere la madre). La paura di separarsi, il dolore o la collera del bambino che viene costretto a separarsi dalla mamma è del tutto normale. Proprio i bambini con una relazione di attaccamento sicuro, quindi con una mamma buona e affettuosa, sono quelli che piangono e urlano di più nei primi giorni di scuola materna. I bambini piccoli non vogliono separasi e hanno anche paura a farlo.
Molti genitori si preoccupano di questo inutilmente. Se il bambino sta bene con la sua mamma non vuole lasciarla andare…. è normale. La notte per esempio molti bimbi voglio addormentarsi con la mamma o il papà vicino al letto, anche questo è normale.
Quando il bambino diventa più grande dovrebbe invece imparare a reggere la separazione dai genitori senza essere invaso dall’angoscia. Non c’è una data precisa, ed anche qui i genitori non devono allarmarsi se il bambino a quattro anni ancora urla “mamma non mi lasciare”!. Tuttavia è giusto e sano che il bimbo impari che dopo una separazione c’è sempre la gioia di un riavvicinamento, e che separarsi non significa essere abbandonato. Qualche volta, in genere per problemi relazionali che si creano anche inconsapevolevente fra genitori e figli, questo passagio presenta dei problemi ed il bambino più grandicello continua ad essere invaso dall’angoscia o dalla rabbia ogni volta che deve separarsi dalle figure di accudimento. In questi casi è importante non fare finta di nulla e chiedersi il significato di questo comportamento. Spesso le ansia dei bambini vengono etichettate come “capricci”, ma sono generalemente qualcosa di più serio e di più importante di semplici capricci.
Capire perchè il bambino fa fatica a separarsi, in genere dalla mamma, anche in età della scuola dell’obbligo da molte informazioni sulla situazione di quel minore, e molte indicazioni su quali possano essere i problemi di quella famiglia.Può succedere, in determinate situazioni, che il minore venga invaso da ansia e paura per ogni separazione anche una volta diventato grande, fino ad arrivare a sviluppare per esempio una vera e propria fobia per la scuola (rifiuto di andare a scuola per non doversi separare dalla mamma).
Dietro a queste situazioni si celano sempre problemi molto seri, è sbagliato arrabbiarsi con il minore. Occorre capire e poi modificare le dinamiche famigliari all’origine del problema.
L’intervento psicologico in  queste situazioni è molto importante, a volte assolutamente indispensabile per evitare di creare nel minore l’instaurarsi di un problema che poi diventa cornico e difficilmente superabile.
I bambini con ansie esagerate nelle separazioni diventano spesso adulti ansiosi ed insicuri, che hanno sempre paura di essere abbandonati, traditi, non amati. Possono, se diventano a loro volta genitori, avere dei problemi nelle relazioni con i proprio figli dai quali potrebbero fare fatica a separarsi.

Disturbo d’ansia da separazione
Criteri diagnostici
Il disturbo da d’Ansia da Separazione viene classificata nel DSM-IV tra i Disturbi Diagnosticati per la prima volta nell’Infanzia e nell’Adolescenza. I criteri diagnostici del Disturbo d’ Ansia da separazione sono: 1. Ansia inappropriata rispetto al livello di sviluppo ed eccessiva che riguarda la separazione da casa o da coloro a cui il soggetto è attaccato, (criterio A) come evidenziato da tre (o più) dei seguenti elementi: 2. malessere eccessivo ricorrente quando avviene la separazione da casa o dai principali personaggi di attaccamento o quando essa è anticipata col pensiero 3. persistente ed eccessiva preoccupazione riguardo alla perdita dei principali personaggi di attaccamento, o alla possibilità che accada loro qualche cosa di dannoso 4. persistente ed eccessiva preoccupazione riguardo al fatto che un evento spiacevole e imprevisto comporti separazione dai principali personaggi di attaccamento (per es., essere smarrito o essere rapito) 5. persistente riluttanza o rifiuto di andare a scuola o altrove per la paura della separazione 6. persistente ed eccessiva paura o riluttanza a stare solo o senza i principali personaggi di attaccamento a casa, oppure senza adulti significativi in altri ambienti 7. persistente riluttanza o rifiuto di andare a dormire senza avere vicino uno dei personaggi principali di attaccamento o di dormire fuori casa 8. ripetuti incubi sul tema della separazione        9. ripetute lamentele di sintomi fisici (per es., mal di testa, dolori di stomaco, nausea o vomito) quando avviene od è anticipata col pensiero la separazione dai principali personaggi di attaccamento. – La durata dell’anomalia è di almeno 4 settimane (criterio B); –
L’esordio è prima dei 18 anni (criterio C); – L’anomalia causa disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, scolastica (lavorativa), o di altre importanti aree del funzionamento (criterio D); – L’anomalia non si manifesta esclusivamente durante il decorso di un Disturbo Generalizzato dello Sviluppo, di Schizofrenia, o di un altro Disturbo Psicotico e, negli adolescenti e negli adulti, non è meglio attribuibile ad un Disturbo di Panico Con Agorafobia (criterio E). Specificare se è un esordio Precoce, cioè avvenuto prima dei 6 anni di età.
Manifestazioni e disturbi associati
I bambini con Disturbo d’Ansia di Separazione tendono a provenire da famiglie che sono molto unite. Quando vengono separati da casa o dalle figure a cui sono maggiormente attaccati, essi possono mostrare in modo ricorrente ritiro sociale, apatia, tristezza, o difficoltà a concentrarsi nel lavoro o nel gioco. A seconda della loro età, i soggetti possono aver paura degli animali, dei mostri, del buio, dei rapinatori, dei ladri, dei rapimenti, degli incidenti automobilistici, dei viaggi aerei, e di altre situazioni che sono percepite come pericolose per l’integrità della famiglia o di se stessi. Sono comuni preoccupazioni sulla morte e sul poter morire. Il rifiuto della scuola può portare a difficoltà scolastiche e ad evitamento sociale. I bambini possono lamentarsi che nessuno li ami o si prenda cura di loro, e desiderare di morire.
Quando sono estremamente turbati all’idea della separazione, possono mostrare rabbia o occasionalmente attaccare chi sta forzando la separazione. Quando sono soli, specie la sera, i bambini piccoli possono riferire esperienze percettive insolite (per es., vedere persone che fanno capolino nella loro stanza, creature spaventose, sentire occhi che li guardano). I bambini affetti da questo disturbo sono spesso descritti come richiedenti, intrusivi, e bisognosi di attenzione costante. Le eccessive richieste del bambino spesso divengono una fonte di frustrazione per i genitori, e portano a risentimento e a conflittualità familiare. Talvolta, i bambini con questo disturbo sono descritti come insolitamente coscienziosi, compiacenti, e desiderosi di piacere. I bambini possono manifestare lamentele somatiche che causano esami e procedure mediche. L’umore depresso è spesso presente, e può diventare più persistente nel tempo, giustificando una diagnosi aggiuntiva di Disturbo Distimico o di Disturbo Depressivo Maggiore. Il disturbo può precedere lo sviluppo di Disturbo di Panico Con Agorafobia.
Vi sono variazioni culturali nel grado in cui la tolleranza della separazione è ritenuta consigliabile. È importante differenziare il Disturbo d’Ansia di Separazione dall’alto valore che alcune culture ripongono nella forte dipendenza reciproca tra i membri della famiglia. Le manifestazioni del disturbo possono variare con l’età. I bambini più piccoli possono non esprimere paure specifiche di minacce precise ai genitori, alla casa, o a loro stessi. Quando crescono, le preoccupazioni o le paure riguardano spesso pericoli specifici (per es., rapimenti, rapine). L’ansia e l’anticipazione della separazione possono divenire evidenti nella media fanciullezza. Sebbene gli adolescenti con questo disturbo, specie maschi, possano negare l’ansia riguardo alla separazione, essa può essere riflessa dalla loro limitata attività indipendente e dalla riluttanza a lasciare la casa. Nei soggetti più grandi, il disturbo può limitare la capacità della persona di far fronte ai cambiamenti in alcune circostanze (per es., trasloco, matrimonio). Gli adulti affetti dal disturbo sono tipicamente iperpreoccupati riguardo ai coniugi e ai figli e provano notevole malessere quando sono separati da loro. Nei campioni clinici, il disturbo appare essere ugualmente rappresentato nei maschi e nelle femmine. Nei campioni epidemiologici, il disturbo è più frequente nelle femmine. Il Disturbo d’Ansia di Separazione è raro: le stime della prevalenza sono in media circa il 4% dei bambini e dei giovani adolescenti. Il Disturbo d’Ansia di Separazione può svilupparsi dopo qualche evento di vita stressante (per es., la morte di un parente o di un animale domestico, una malattia del bambino o di un parente, un cambiamento di scuola, un trasloco in un’altra zona, o un’immigrazione). L’esordio può avvenire anche nell’età prescolare e in qualsiasi momento prima dei 18 anni, ma l’esordio nell’adolescenza è raro.
Tipicamente vi sono periodi di esacerbazione e remissione. Sia l’ansia riguardo ad una possibile separazione che l’evitamento di situazioni che implicano separazione (per es., andare al college) possono persistere per molti anni. ll Disturbo d’Ansia di Separazione è apparentemente più comune nei parenti biologici di primo grado che nella popolazione generale e può essere più frequente nei figli di madri con Disturbo di Panico. Diagnosi differenziale L’ansia di separazione può essere una manifestazione associata di Disturbi Generalizzati dello Sviluppo, Schizofrenia o altri Disturbi Psicotici. Se i sintomi del Disturbo d’Ansia di Separazione insorgono esclusivamente durante il decorso di uno di questi disturbi, non viene fatta una diagnosi separata di Disturbo d’Ansia di Separazione. Il Disturbo d’Ansia di Separazione è distinto da Disturbi Generalizzati dello Sviluppo per il fatto che l’ansia riguarda in modo prevalente la separazione da casa e dalle figure di attaccamento. Nei bambini o negli adolescenti con Disturbo d’Ansia di Separazione, le minaccie di separazione possono portare ad ansia estrema ed anche ad un Attacco di Panico. Diversamente dal Disturbo di Panico, l’ansia riguarda la separazione dalle persone o da casa piuttosto che l’essere paralizzato da un Attacco di Panico inaspettato. Negli adulti il Disturbo d’Ansia di Separazione è raro e non dovrebbe essere ulteriormente diagnosticato se le paure di separazione sono meglio attribuibili ad Agorafobia nel Disturbo di Panico Con Agorafobia o ad Agorafobia Senza Storia di Disturbo di Panico. Le assenze ingiustificate da scuola sono comuni nel Disturbo della Condotta, ma l’Ansia di Separazione non è responsabile di assenze da scuola e il bambino di solito sta lontano da casa, piuttosto che tornarvi. Alcuni casi di rifiuto della scuola, specie nell’adolescenza, sono dovuti a Fobia Sociale o a Disturbi dell’Umore piuttosto che ad Ansia di Separazione. Diversamente dalle allucinazioni nei Disturbi Psicotici, le esperienze percettive inusuali nel Disturbo d’Ansia di Separazione sono di solito basate sulla dispercezione di uno stimolo in atto, si manifestano solo in certe situazioni (per es., di notte) e sono annullate dalla presenza di una figura di attaccamento. Per distinguere i livelli d’ansia di separazione adeguati al livello di sviluppo dalle preoccupazioni riguardanti la separazione clinicamente significativa del Disturbo d’Ansia di Separazione si deve usare la valutazione clinica.

3.
da: www.srmpsicologia.com

ansia di separazione: Comprensione

L’intenso stato ansioso può generare patologie diverse a carattere psichico, affettivo-comportamentale o ad espressione somatica. L’ansia può associarsi, infatti, con altri tipi di sintomi: disturbi del comportamento, disturbi dell’attenzione, difficoltà di concentrazione, problemi scolastici, difficoltà nell’inserimento sociale, sintomi depressivi. L’esordio del disturbo può avvenire in seguito ad un evento stressante (trasloco, separazione/divorzio, malattie del bambino o di un familiare, morte di un animale domestico, morte di un genitore, incidenti che hanno coinvolto la famiglia, furti in casa, ecc.). Il bambino è molto attento e sensibile alla visione di scene di violenza, ai fatti di cronaca raccontati al telegiornale, ai racconti dei familiari riguardo a condizioni di salute ed eventi generali che riguardano la famiglia, qualsiasi novità potrebbe essere fonte di angoscia e di pericolo. Lo sforzo affannoso, angoscioso e continuo del bambino per garantire o prevedere la possibilità del mantenimento del contatto o del rapido raggiungimento di un figura di riferimento condizionano le sue attività. L’andare a scuola tutti i giorni o a letto la sera possono diventare fonte di marcato disagio e causare la manifestazione dei sintomi. Ad esempio, quando la madre si assenta per lavoro l’evento viene vissuto come un dramma. se non torna in orario il bambino tende a pensare che sia morta o che possa esserle accaduto qualcosa di grave, da qui continue telefonate alla madre durante il tragitto per andare al lavoro, e continue telefonate in ufficio per sapere se va tutto bene. Spesso il bambino chiede di essere tranquillizzato rispetto alla possibilità che accadano eventi negativi, e le sue conversazione vertono principalmente su tali argomenti.
Per quanto riguarda la scuola, invece possono manifestarsi forti crisi di pianto a scuola, oppure alla mattina prima di uscire di casa il bambino inizia a tremare, a tossire insistentemente, a vomitare e piangere , a sudare, è accaldato, dice di avere mal di pancia, mal di testa, si rifiuta di uscire. Se il genitore riesce a farlo uscire il percorso in macchina diventa un incubo tra pianti e lamenti e non vuole nemmeno varcare il cancello della scuola. La paura non è per la scuola in quanto tale, ma in quanto luogo nel quale il bambino non riesce ad aver il controllo della situazione, perchè non è libero di contattare i genitori ed assicurarsi del loro stato di salute. Restare a casa gli permette di sentirsi più protetto, in quanto è un contesto a lui familiare e nel quale può muoversi liberamente, inoltre non è sottoposto al confronto con compagni ed insegnanti che teme non possano comprendere le sue paure e ai quali si rende conto di non essere in grado di spiegare il suo stato. Inoltre le richieste continue, da parte dell’ambiente (genitori, nonni, parenti, amici, insegnanti) di spiegazioni rispetto alle sue paure e la minimizzazione di queste con frasi tipo “stai tranquillo non accadrà niente ai tuoi genitori” oppure “Cosa vuoi che ci accada siamo prudenti, non corriamo in macchina” oppure “non ti preoccupare che sanno difendersi dai cattivi” mettono il bambino in uno stato di prostrazione, di frustrazione e di impotenza. A volte per prevenire la sofferenza del figlio è il genitore stesso che si mette in contatto ripetutamente con lui per rassicurarlo sulla propria incolumità. Per tenere a bada la sua angoscia il bambino fa continue ed eccessive richieste di presenza e vicinanza dei genitori, questo genera tensione e conflitto in famiglia. I genitori non sempre sono d’accordo su come affrontare il problema, chi preferisce le maniere forti, chi cerca di comprendere ed accontentare le richieste con la speranza di risolvere il problema. I genitori sono inoltre pressati dall’ambiente familiare e sociale, per cui sono attenzione e bersaglio di consigli su come fare e su recriminazione su quanto hanno fatto. I genitori sono, oltretutto, angosciati dalla sofferenza del figlio e dal fatto che non riescono a trovare una soluzione efficace, e vedere che il problema si protrae nel tempo compromettendo il benessere generale della famiglia.

4. da: www.laprimogenita.it

Attaccamento ed ansia da separazione, Le tappe di sviluppo dell’autonomia del bambino entro i 3 anni. Conseguenze della separazione temporanea e considerazioni generali  del Dr. Stefano Tasca  – Roma.
L’Autore  esamina “gli atteggiamenti dei genitori riguardo all’autonomizzazione dei figli, nella prima infanzia. L’arrivo di un bambino determina nella vita dei genitori, cambiamenti a volte tanto radicali da determinare eccessi. In taluni casi l’ansia per il benessere benessere del piccolo è così forte che, chi lo ha in cura, non riesce ad interessarsi di altro. Questo atteggiamento provoca inevitabilmente l’emergere di sensi di colpa ogni volta che il bambino protesta in caso di allontanamento temporaneo (anche solo per qualche ora), della madre o del padre.
Nella sua analisi l’A. parte da due osservazioni. 1) “Nei primi 24 mesi di vita ed a partire (circa) dai due mesi d’età, il bambino ha la tendenza a rivolgersi a determinate persone e non altre per soddisfare i suoi bisogni o per sentirsi al sicuro (Harlow).;2) “Nei primi due anni di vita, a seconda del comportamento educativo di chi è il riferimento principale, si delinea anche la maggiore o minore possibilità di estendere l’ambito “sicurezza” ad un gruppo invece che ad un individuo. “
Le posizioni degli studiosi au questo problema divergono notevolmente. Bowlby (1969) ritiene che, nella genesi dell’attaccamento, assume grande importanza la prossemica cioè ‘la ricerca attiva della minor distanza fisica possibile tra se e la fonte del proprio conforto -. In altri termini  i comportamenti del bambino e della madre hanno come obiettivo quello di restare fisicamente vicini. Mussen, Conger e Kagan, pensano, invece,che ‘l’attaccamento viene suscitato non dalla percezione della distanza fisica ma dallo stress, qualsiasi ne sia la causa’. La differenza è radicale: per Bowlby la separazione fisica è la causa della ricerca di attaccamento, gli altri autori invece  danno maggior importanza  allo spirito di indipendenza del bambino che cerca il contatto solo in caso di necessità. Egli tende ad allargare il suo campo di esplorazione se l’ambiente lo rende sicuro e torna ad “attaccarsi ” alla madre solo quando questa sicurezza viene meno o avverte una situazione di supposto o reale “pericolo.  Quest’ultima tesi sembra convincere di più l’A. soprattutto per la constatazione che “il bambino, dal sesto mese in poi, stabilisce in se un’idea di “protezione” non relativa ad una sola figura (la madre) ma, più in generale, alla figura di tutti gli adulti che si prendono cura di lui (oggetti di attaccamento) in modo da differenziarli dagli estranei. Entro i primi 6-8 mesi il bambino costruisce schemi relativi agli oggetti ed alle persone familiari e diviene suscettibile alla paura quando si trova in situazioni differenti da questi schemi Si è osservato,inoltre, che stimolando il bambino con altri volti che siano diversi da quello materno l’ansia da estranei tende ad attenuarsi. Se un bambino viene abituato a ricevere sicurezza da “adulti conosciuti” e non solo dalla madre, avrà sicuramente meno problemi al momento dell’eventuale “scomparsa” della figura materna.
Le osservazioni precedenti trovano ulteriore conferma nella genesi della cosiddetta “angoscia da separazione” (il pianto del bambino “quando non vede più sua madre, anche se per breve tempo o addirittura se è semplicemente dietro una porta”). Questa angoscia, infatti, per l’A. si manifesta non in relazione “alla scomparsa “in se” ma alla maggiore o minore familiarità dell’ambiente in cui avviene la “scomparsa”. Ad esempio, il bambino non piange se vede la madre “sparire” dietro la porta del bagno (dove è abituato a vederla dirigersi spesso e dal quale la vede regolarmente tornare) ma piange se tale scomparsa avviene, nella stessa casa, dietro la scomparsa avviene, anche nella stessa casa. Ma in una stanza dove non è abituarlo a vederla andare di frequente.” Naturalmente l’ansia si attenua  con la ripetizione degli “eventi scomparsa” con successive “ricomparse”, in situazioni differenti ed in diversi ambienti. L’A. conclude che quanto più alto è  il numero di esperienze di questo genere tanto più tardi può insorgere l’ansia da separazione fino “al limite (circa 24 mesi) oltre il quale non si manifesta del tutto.
L’ansia da separazione,inoltre, insorge più facilmente se il bambino trascorre la maggior parte della giornata con la madre e quindi si accorge subito  della sua assenza (Ainsworth). Se, invece si trova speso con un’altra persona familiare, la scomparsa della madre non suscita ansia o” la determina in modo poco marcato” (Kotelchuck).
Alla situazione di disagio di solito il bambino reagisce col pianto che dipende essenzialmente  dal “ livello di “comprensione” della situazione”. Secondo l’A. “l’età in cui ……… il bambino” riesce a stabilire “la differenza “mamma-si” e “mamma-no” si colloca intorno agli 8-10 mesi” e che “la durata del pianto” dipende prevalentemente “dalla capacità di cogliere ….. il carattere temporaneo e non definitivo  del distacco”. In altre arole  “non è la scomparsa in se che genera il pianto ma l’impossibilità di darsi una risposta sul “quando torna”  Secondo l’A., inoltre, l’angoscia determinata dalla separazione non dipende dall’intensità del rapporto che il bambino stringe con la madre ma è piuttosto riferibile alla sicurezza che egli riceve anche dal contatto con tutte le figure anche sostitutive di quella materna (padre, nonni, zii, ecc.). “In pratica, secondo Spelke e Kagan, l’ansia da separazione è collegata più col livello di sviluppo cognitivo del bambino (le esperienze) che con la forza del legame contratto con le persone di riferimento. “
Ma vi è di più. Osservazioni sperimentali hanno mostrato “che la percentuale di bambini che manifestano ansia da separazione con il pianto è il 50-60% del totale” indipendentemente dal tipo di contatto che essi hanno con la madre. Ciò chiama in causa un altro elemento: il temperamento del singolo bambino, Nella genesi dell’ansia si possono dunque individuare tre fattori essenziali nelle: 1 la capacità del bambino di comprendere la situazione; 2. il temperamento del singolo bambino; 3. la maggiore o minore capacità di darsi risposte e spiegazioni
Sul primo è terzo elemento ha grande importanza l’esperienza, cioè “l’abitudine a vivere determinate situazioni nelle quali il bambino impara a distinguere una sequenza più o meno regolare di eventi”. Questo processo può ottenere risultati positivi solo se, nell’assenza dei genitori, si prendono cura del piccolo figure di riferimento, intercambiabili tra loro, ma che facciano comunque parte del suo mondo affettivo, e il bambino si trovi in ambienti a lui familiari.
Alcuni autori (Suomi, Harlow, Rheingold, Moss, Robson) hanno notato che se il bambino viene precocemente integrato in un ambiente allargato e sta con piacere insieme a  chi si prende cura di lui. Scatta in tal modo un processo di generalizzazione della figura rassicurante “per cu il piccolo riesce a reagire positivamente anche ad altri volti umani estranei al gruppo di riferimento”. Ne consegue che una madre che abitua il figlio “all’intercambiabilità delle figure di riferimento ed alla reversibilità costante della sua assenza”, contribuisce notevolmente “alla maturazione dei processi cognitivi, logici ed affettivi del bambino.”
Gli studiosi hanno poi insistito molto sul problema del distacco. Così Bowlby, sottolinea che il distacco può essere estremamente doloroso e lasciare profonde tracce se non è compensato dall’affidamento a figure note al bambino ed inserite nel suo mondo affettivo. Allo stesso modo Kagan ha notato come siano importanti nel “temporaneo abbandono” da parte della madre altre figure di riferimento fisse che si prendano cura di lui e le rassicurazioni da parte della madre, prima del distacco e al termine di esso. 
Un altro approccio al problema è quello di Mahler e McDevitt. Essi sostengono che  il manifestarsi dell’ansia indica che il bambino “ha raggiunto il concetto dell'”altro da se”. Si tratta di un processo che va  dai 5 mesi ai tre anni d’età nel quale il bambino, gradualmente giunge a riconoscersi come un individuo a se stante. In questo senso col passare del tempo, “il concetto di “madre” … non è legato,  necessariamente ad una persona in particolare. Riveste più un significato “universale” di protezione, di sicurezza”. Secondo Piaget si sviluppa in tal modo una idea di “madre” che può essere separata fisicamente dal bambino ma che è sempre radicata nella sua mente. Questo processo determina una  situazione di “persistenza dell’oggetto” cioè una fase evolutiva nella quale assume grande importanza non solo la presenza fisica della madre ma  un “contesto materno”, cioè buono, rassicurante.
A questo punto l’autore trae una sintetica conclusione della sua ricerca Egli afferma che più o meno intorno all’anno, il bambino tende ad esplorare il proprio habitat e quindi ad allontanarsi dal corpo materno ‘per acquisire una indipendenza da esso che è solo fisica e non tocca per nulla il livello affettivo. I legami che uniscono madre e figlio sono talmente intensi che difficilmente possono essere sciolti’. Il bambino impara in questo periodo ‘ la “non irreversibilità” dell’assenza materna. Il bambino di un anno vede scomparire (anche per pochi secondi) la persona fonte di protezione (la mamma).’  E prova disagio, Successivamente, però, con ripetute esperienze egli impara, ‘che pur non vedendola la mamma c’è e, prima o poi, torna’. In questo modo egli compie alcune semplici operazioni mentali che aumentano le sue capacità di proiezione degli eventi e delle persone nel futuro. Soprattutto riesce a concludere la sequenza circolare presenza- assenza- ritorno. Winnicott (con altri) ha dimostrato che sia nel caso di distacco effettivo che di presenza costante. il bambino risente di questa fase che viene definata “ fase dell'<oggetto transizionale>’. E’ una fase importante che viene attraversata sia dai bambini che non si separano mai dalla mamma, sia di quelli che talvolta se ne distaccano Ad esempio, l’andare a letto è anch’esso un distacco che provoca come conseguenza la paura notturna (pavor nocturnus fisiologico).  La conclusione dell’A. è che il distacco aiuta il bambino lo abitua a convivere con altre situazioni, a trovare altre figure di riferimento, ad “adattarsi” alle situazioni (ad esempio se il bambino non ha familiarità  con i nonni non starà volentieri con loro, mentre avverrà il contrario se essi sono inclusi nel suo “complesso” di affetti.
L’obiettivo che i genitori devono porsi è quello di sviluppare un attaccamento che investe tutto un ambiente in quanto “la sensazione confortevole di non essere soli si ha quando nasce nel “se” il sentimento di “appartenere” ad un gruppo, non quando si ha contatto stretto con una sola persona”. E’ importante . conclude l’A., stimolare nel bambino l’amore per le proprie radici: dapprima i genitori ed i parenti, poi l’ambito degli amici, poi la società, poi la nazione, la propria cultura, ecc.
Ogni decisione sui tempi e sui modi va presa ovviamente caso per caso ma  è prevedibile che il processo sarà più rapido e sicuro se i bambino sono sereni in compagnia di altre persone (anche in assenza della mamma), poiché hanno avuto queste esperienze di relazione positive con altri, fin dai primissimi mesi di vita.  Spesso sono i “genitori ad essere “attaccati” ai figli e la vera ansia da separazione attanaglia loro non i bambini”.


5.
da: www.nienteansia.it ( Rita Gagliardi)

Prendiamo qui in considerazione le situazioni in cui il distacco dalle persone amate provoca un vissuto di angoscia, una risposta interna di malessere che può trovare varie forme espressive e talvolta accompagnarsi a manifestazioni fisiche.
Nell’Infanzia e nell’Adolescenza Nei bambini è una reazione di spavento che essi spesso manifestano quando sono separati dalle persone alle quali sono attaccati. L’ansia da separazione accompagna le situazioni di perdita e di mancanza variamente vissute nei cambiamenti evolutivi; essa rappresenta i passaggi cruciali dello sviluppo e della crescita personale. In questo senso abbiamo l‘Ansia da separazione come componente naturale del processo di crescita,  che si supera con il progredire dei processi cognitivi e della sicurezza emozionale. Normalmente compare nella seconda metà del primo anno di vita, raggiunge il massimo verso i 14-20 mesi e gradualmente diventa meno frequente e meno intensa durante l’infanzia ed il periodo prescolare      (Kagan, 1983).      Siamo invece in presenza di un  ” disturbo“, di manifestazioni cioè significative dal punto di vista clinico, quando dette manifestazioni diventano eccessive e di lunga durata.
I bambini con questo disturbo sono per esempio estremamente nostalgici quando sono via da casa, esprimono timori di non ritrovare i genitori, evitano di muoversi per proprio conto. Possono avere difficoltà ad andare a letto ed avere incubi notturni. Le manifestazioni del disturbo variano con l’età. Quando sono più grandi le paure possono riguardare pericoli specifici ai genitori, alla casa o a loro stessi. L’insorgenza del disturbo può avvenire in seguito ad un evento “scatenante”, cioè dopo una situazione o episodio stressante (trasferimento, cambiamento di scuola, morte di un parente, separazione dei genitori etc.).
In età adulta L’ansia da separazione in età adulta è un disturbo che limita l’attività indipendente e la capacità della persona di far fronte ai cambiamenti o ad alcuni cambiamenti in particolare. Abbiamo atteggiamenti iper-protettivi e iper-preoccupazione per i familiari o per alcuni di essi. Quando si presenta in età adulta riceve pochissima attenzione. L’ansia per il distacco dal partner o dall’ambiente familiare, viene spesso minimizzata, svuotata di rilievo e di significato. L’eccessivo attaccamento, la necessità di rassicurarsi con la continuità della presenza fisica, la fantasia che possa accadere qualcosa alle persone amate: queste ed altre manifestazioni sintomatiche vengono facilmente ignorate e confuse. Vengono infatti spesso scambiate, dalle persone che ne sono portatrici, per manifestazioni di “amore”, per naturale “preoccupazione” e “attenzione” verso i cari. In alcuni casi le suddette manifestazioni si presentano associate a disturbi fobici e attacchi di panico.
Attaccamento e Separazione Disponiamo oggi di molti e approfonditi studi sull’importanza dei primi anni di vita nello sviluppo psicologico. Gli studi di S. Frued., M. Mahler, M. Klein, H.R. Schaffer, J. Piaget, R. Spitz, D.W. Winnicott, J. Bowlby, W.R. Bion, M. Balint, H. Hartmann, ed altri, ci forniscono evidenza dei fattori che influenzano lo sviluppo sano della personalità. così le fasi di “dipendenza” o di “attaccamento” dei primi anni di vita risultano la base per la successiva capacità di costruire legami affettivi. Bowlby vede la variabile più importante “nella misura in cui i genitori di un bambino a) gli forniscono una base sicura, e b) lo incoraggiano ad esplorare a partire da questa base. Ciò comporta per prima cosa una conoscenza comprensiva e intuitiva del comportamento di attaccamento del bambino, una volontà di assecondare tale comportamento, facendolo così cessare, e, in secondo luogo, il riconoscimento che uno dei più comuni motivi di collera infantile è rappresentato dalla frustrazione del desiderio di cure e affetto, e che l’angoscia riflette di solito insicurezza rispetto alla continuità della disponibilità dei genitori stessi”.
      Sempre Bowlby: “sembra necessario postulare che qualsiasi modello rappresentativo della figura di attaccamento o di sé che un individuo struttura durante l’infanzia e l’adolescenza tende a persistere in modo relativamente immaturo fino alla e durante l’età adulta. Di conseguenza egli tenderà ad assimilare ogni nuova persona con cui possa costruire un legame, a un modello preesistente…”. La continuità e la rispondenza della madre ai bisogni del bambino permettono la realizzazione del rapporto di “attaccamento sicuro“.      L‘Attaccamento Sicuroè un legame bambino/adulto in cui il bambino ha piacere di avere contatto con un familiare a lui vicino e usa questa persona come una “base sicura” dalla quale partire per esplorare l’ambiente.
Questi bambini attaccati in modo sicuro, come risulta da una ricerca di M. Ainsworth (1978), a un anno di età esplorano attivamente l’ambiente quando sono con la madre e sono resi ansiosi dalla separazione. Essi ricevono affettuosamente la madre quando ritorna e amano il contatto fisico con lei. A differenza, invece, i bambini che non hanno una base sicura di attaccamento non mostrano interesse all’esplorazione dell’ambiente in presenza della madre, sono molto stressati quando la mamma si allontana (o al contrario mostrano poco disagio) e al ritorno della madre hanno un atteggiamento ambivalente o di evitamento nei suoi confronti.
Osservazioni e correlati a lungo termine
I bambini che sono attaccati in modo sicuro all’età di 12-18 mesi hanno maggiore capacità di risolvere i problemi all’età di 2 anni (Frankel& Bates, 1990) e sono pù creativi nel gioco simbolico (Slade, 1987). I bambini che hanno avuto una base sicura di attaccamento, osservati a distanza di alcuni anni, risultano tranquilli nel prendere iniziative, sicuri, curiosi e pronti ad imparare. I bambini invece con attaccamento insicurorisultano meno decisi, esitano a prendere iniziative, sono meno curiosi e meno interessati nell’apprendimento (E.Waters, Wippman e Sroufe, 1979). In età adulta, una ricerca effettuata su un campione di studenti universitari mostra che: coloro che ricordano la loro relazione di attaccamento primario come “stabile” e “sicura” vengono giudicati meno ansiosi e meno ostili dai coetanei ed hanno una minore probabilità di solitudine e di disagio personale dei compagni che descrivono le loro storie di attaccamento primarie come “insicure” (Kobak & Sceery, 1988).
Angelo Vigliotti
Scritto da Angelo Vigliotti