Attacchi di panico

da: www.attacchidipanico.com (dott. D’Alessandro)

Gli attacchi di panico: il disturbo della nostra epoca


Gli attacchi di panico possono costituire un vero e proprio disturbo, un disturbo d’ansia, definito per la precisione come Disturbo di Panico(DP) o in inglese PD (da Panic Disorder). Fino a poco tempo fa si parlava di Disturbo da Attacchi di panico (DAP), in quanto questo era la definizione nella versione precedente del DSM. Gli attacchi di panico vengono definiti anche ansia parossistica episodica. Questo spiega che si tratta di un disturbo d’ansia, come la fobia, l’ossessione e la compulsione, con i quali condivide molti degli elementi che costituiscono il disturbo e spesso le cause, oltre ad una certa predisposizione comportamentale che può essere definita personalità fobica. Parossistica, invece, vuol dire che dura per un periodo di tempo limitato e finisce spontaneamente. Episodica infine, vuol dire che capita una volta ogni tanto, e la frequenza può essere anche molto variabile a seconda del caso.

Si possono avere un solo attacco di panico o pochi attacchi di panico in tutta la vita, senza per questo sviluppare il cosiddetto disturbo di panico. Oppure, a seconda degli eventi circostanziali e del modo che ha l’individuo di affrontare la malattia e le difficoltà in genere, dopo un singolo episodio di attacco di panico l’individuo può essere così in pensiero che presta talmente tanta attenzione ai minimi cambiamenti del proprio corpo da farsi praticamente venire il primo di una serie di attacchi di panico, proprio per il fatto di esserne così preoccupato.

Di attacchi di panico ne soffrono, secondo il DSM IV, fino a una persona su 25 a seconda del sesso di appartenenza (un uomo ogni due donne), della fascia d’età (più del 35% nell’età compresa tra i 25 e i 35 anni) e altri fattori come le dimensioni della città e il paese in cui si vive. Per esempio da una recente ricerca è emerso che in città come Roma è più facile avere un attacco di panico rispetto ad altre città italiane più piccole e tranquille.

Gli attacchi di panico appaiono soprattutto durante l’adolescenza o la prima età adulta e, anche se le cause precise non sono chiare, sembra esserci un nesso con le più importanti fasi di transizione della vita che portano inevitabilmente una certa quantità di stress e ansia: gli esami scolastici e universitari, il matrimonio, il primo figlio, cambiare lavoro o posizione lavorativa, e così via, per cui non sono rare situazioni in cui l’esordio appare per esempio intorno ai 30 anni, intorno ai 40 eccetera.

Cos’è l’attacco di panico

Gli attacchi di panico possono essere definiti anche ansia parossistica episodica. Da ciò si evince che si tratta di un disturbo d’ansia, come le fobie, le ossessioni e le compulsioni, con i quali condivide molti degli elementi disturbanti. Parossistica vuol dire che dura per un periodo di tempo limitato e finisce spontaneamente. Episodica infine, vuol dire che capita una volta ogni tanto, e la frequenza può essere anche molto variabile a seconda del caso.

Di attacchi di panico ne soffrono, secondo il DSM IV-TR, dall’1,5% al 4% della popolazione europea, vale a dire una persona su 67 o una persona su 25. La variazione riportata è dovuta alle diverse tipologie di persone che possono essere il sesso (due donne ogni uomo soffrono di attacco di panico) di fasce d’età  (più del 35% nell’età  compresa tra i 25 e i 35 anni) e altri fattori come le dimensioni della città  e il paese in cui si vive.

Il disturbo di panico appare soprattutto durante l’adolescenza o la prima età adulta e, anche se le cause precise non sono chiare, sembra esserci un nesso con le più importanti fasi di transizione della vita che portano inevitabilmente una certa quantità di stress e ansia: gli esami scolastici e universitari, il matrimonio, il primo figlio, cambiare lavoro o posizione lavorativa, e così via.

In famiglia, se un componente ha sofferto di attacchi di panico, si ha una maggiore probabilità di soffrire dello stesso disturbo, soprattutto in un momento della vita particolarmente stressante.

Molte persone hanno avuto attacchi di panico occasionali e se se ne sono avuti uno o due, probabilmente non vi è alcun bisogno di preoccuparsene. Il sintomo chiave è la paura persistente di avere altri attacchi nel futuro. Se si soffre di attacchi ripetuti (quattro o più) e soprattutto se se ne è avuto uno e si vive nella paura continua di averne un altro, questo è il segnale che si tratta di un vero e proprio disturbo di panico e si dovrebbe farlo curare da psicologi o psichiatri professionisti che sappiano trattare disturbi di ansia.

Attenzione, però, che lo psicologo utilizzi una psicoterapia adeguata allo scopo, e non faccia semplicemente del supporto psicologico. Lo psichiatra, dal canto suo, non dovrebbe soltanto prescrivere farmaci (che nei casi pi๠gravi sono necessari) ma deve intraprendere anche una psicoterapia mirata.

Attacchi di panico e agorafobia

Il rischio più facilmente connesso il disturbo da attacchi di panico sono le fobie. Ecco perché una volta che si è avuto un attacco di panico, si possono cominciare ad evitare situazioni come quelle in cui è capitato l’attacco.

Molte persone con il disturbo da attacchi di panico mostra un evitamento della situazione in cui si sono verificati gli attacchiportando uno stato d’ansia anticipatoria (detta che ansia situazionale). Per esempio si può avere un attacco mentre si guida e di conseguenza smettere progressivamente di guidare finché si sviluppa una fobia (paura di guidare) vera e propria. Nei peggiori scenari, le persone con il questo disturbo sviluppano un’agorafobia(la paura degli spazi aperti) perché pensano che stando in casa possono evitare tutte le situazioni che potrebbero provocare il problema, o dove non potrebbero avere aiuto. Per queste persone, la paura di un attacco è così debilitante che preferiscono passare tutta la vita chiuse in casa.

La qualità della vita, dunque, può essere seriamente danneggiata dal disturbo di panico se non viene curato. Uno studio recente ha mostrato che le persone che ne soffrono:

  1. Sono più inclini all’alcol e ad altri abusi di droghe
  2. Hanno un rischio più alto di tentavi di suicidio
  3. Passano più tempo nelle sale d’emergenza degli ospedali
  4. Passano meno tempo con i loro hobby, sport e altre attività appaganti
  5. Tendono ad essere finanziariamente dipendenti da altri
  6. Riportano sensazioni emotivamente e fisicamente meno sani rispetto ai non sofferenti
  7. Hanno paura di guidare per più di qualche chilometro da casa (agorafobia)

Una terapia per il disturbo di panico

È stato messo a punto un protocollo di terapia per il trattamento del disturbo di panico dal dr. D’Alessandro. L’assunto è che con le tecniche adeguate non c’è bisogno di percorsi molto lunghi e costosi. L’ipnoterapia ericksoniana, insieme ad altre tecniche permettono di tagliare la terapia su misura dell’individuo, all’interno di un protocollo efficace in termini di risultati.

La terapia per gli attacchi di panico può essere vista come la preparazione fisica di un calciatore precedentemente infortunato da parte del suo allenatore, il coach della squadra, in vista del suo rientro in campo. Questa metafora è corretta da diversi punti di vista, che vale la pena evidenziare.

Il calciatore, a causa del suo infortunio, non è in grado di funzionare come prima, così la persona che soffre di attacchi di panico ha delle limitazioni nella sua vita lavorativa, sociale, personale. Diciamo che torna a bordo campo con il gesso ad una gamba per vedere gli altri giocare.

Per continuare questa metafora, immaginiamo che il calciatore in questione non sappia che il suo infortunio possa essere guarito o che non sappia come fare. Poniamo che il calciatore dopo essersi fatto mettere il gesso alla gamba da un medico, abbia provato da solo rimedi errati come rifiutandosi di togliere il gesso per cercare di evitare il dolore, cercando finanche di allenarsi con il gesso e finendo magari con lo stare immobile sulla panchina per paura di farsi ancora più male. Il cliente comincia a prendere farmaci tranquillanti, poi non ne può fare a meno. E anche così dopo un po’ continua ad avere gli attacchi di panico. Quindi aumenta la dose, a volte anche senza un parere medico, e questo potrebbe andare avanti per anni, se non si decide, prima o poi, a fare una terapia psicologica sotto il controllo di uno psicologo o di uno psichiatra che abbia un’adeguata preparazione psicoterapeutica.

Più il calciatore infortunato continua a portare il gesso e a stare seduto immobile, però più qualunque movimento risulta essere doloroso, con i muscoli che hanno cominciato ad atrofizzarsi e non sanno che dovrebbero fare fisioterapia… Alcune persone che soffrono di disturbo di panico da tanti anni si trovano in una situazione dolorosamente analoga. Le dosi dei farmaci aumentano con lo scorrere del tempo, mentre sembrano aumentare, dopo situazioni di temporaneo miglioramento, sia la frequenza che l’intensità degli attacchi di panico.

A qualcuno questa metafora paradossale sembrerà sinistramente familiare,purtroppo. Eppure molto spesso qualcuno di noi è portato a pensare, spesso grazie ad esperienze sbagliate con operatori del settore, sia medici che psicologi (magari ottimi professionisti ma con un approccio terapeutico non orientato alla risoluzione di questo disturbo), che per il panico in alcuni casi non c’è speranza. Questo non è mai vero. Anche se non è possibile promettere la guarigione completa a tutti, è quasi sempre vero che la situazione, con una terapia psicologica mirata al disturbo di panico, può migliorare sempre. Casomai può essere una questione di durata più o meno breve della terapia.

Tecniche

E’ nostra personale opinione, dopo aver considerato la letteratura scientifica in merito a vari studi e metastudi sulla comparazione dei trattamenti di persone sofferenti di disturbi di ansia e di attacchi di panico in particolare, che l’uso dell’ipnosi ericksoniana (non l’ipnosi tradizionale, si badi bene) risulta essere il più efficace ed efficiente rispetto agli altri approcci considerati, tra cui altre psicoterapie brevi, la terapia cognitivo-comportamentale, la psicoanalisi, tanto per fare alcuni esempi.

Alcune altre tecniche che si sono dimostrate efficaci con la cura degli attacchi di panico sono: il diario degli attacchi (che serve per conoscere nei dettagli i sintomi e la loro sequenza), l’esposizione interocettiva in ipnosi (che serve per disimparare la reazione di panico), l’autoipnosi (che serve per avere pieno controllo di sé stessi e del proprio corpo), visualizzazioni guidate.

Diagnosi dinamica

I percorsi individuali patogenetici che portano al disturbo di panico possono essere più di uno. Una situazione di dipendenza da una figura genitoriale, un cambiamento inatteso o non voluto in uno dei momenti cruciali della propria vita, il semplice apprendimento di un comportamento (quello dell’attacco di panico) imparato da altri componenti della famiglia, una situazione particolarmente stressante, una parte di sé che non accetta uno stato di cose ritenuto fino ad allora adeguato.

Anche se apparentemente l’individuo è perfettamente tranquillo e non è affatto ansioso, a volte un piccolo trauma o una delusione possono dare luogo al primo attacco di panico. Se per le cause appena menzionate, al primo seguono altri attacchi di panico, a prescindere da quale sia la reale causa sottostante, si può instaurare il meccanismo patologico del disturbo di panico.

Un colloquio attento ai dettagli può aiutare a inquadrare la situazione generale dell’individuo rispetto agli attacchi di panico senza interpretarla o forzarla in uno stereotipo. Ogni individuo è diverso da ciascun altro, e la diagnosi ha lo scopo di raccogliere informazioni, un po’ per volta, intervenendo contemporaneamente in maniera terapeutica.

Durata della terapia

La terapia prevede un numero limitato di incontri. Questo numero dipende in gran parte dagli individui. Ci sono persone che semplicemente non vogliono cambiare troppo in fretta, persone che sentono di volere risultati immediatamente, già dopo poche sessioni. La durata dipende anche in maniera preponderante da quanto tempo si soffre del disturbo di panico.

Se ci sono persone che ne soffrono da parecchi anni, è impensabile che queste possano guarire completamente dall’oggi al domani. Anche se in molti casi alcuni, risultati importanti si possono vedere dopo pochi mesi, spesso in molti pazienti avviene una riduzione dei farmaci tranquillanti, oppure della frequenza degli attacchi di panico, oppure dell’intensità degli attacchi di panico, oppure della durata dell’attacco di panico, anche a seconda degli obiettivi più immediati che ci si pone.

Se i suoi obiettivi dovessero essere irrealistici ci sarebbe un confronto con il terapeuta, finché non si arriva ad un punto d’incontro. In questo caso il terapeuta, come l’allenatore della metafora, se vede il calciatore particolarmente motivato, può decidere, senza per questo mettere a rischio l’incolumità del suo protetto, di prepararlo per una partita importante che si tiene in un tempo molto ristretto. Se allenatore e calciatore hanno visto giusto, l’allenamento specifico risulta efficace e il calciatore può giocare almeno in parte la partita, e l’obiettivo sportivo viene raggiunto. Fuori di metafora, questo significa che se il cliente e il terapeuta raggiungono l’obiettivo concordato nei tempi prefissati, il paziente può continuare ad intervalli via via maggiori dopo che, secondo il terapeuta, avvengono le condizioni adatte.

Solitamente al pronto soccorso gli attacchi di panico vengono correttamente identificati, ma molto spesso le persone vengono trattate con sufficienza, come se, non avendo un’origine medica, il disturbo non fosse una sofferenza reale. In uno studio recente, si è scoperto che negli Stati Uniti in alcuni casi le persone hanno visto dieci o più medici prima che il disturbo fosse loro correttamente diagnosticato, e che solo una persona su quattro che ha il disturbo riceve la cura di cui necessita.

Senza che venga curato, il disturbo di panico può portare a conseguenze molto serie. Le persone che hanno attacchi di panico ripetuti con una frequenza di più di quattro volte l’anno, di solito sono anche continuamente preoccupate della prossima volta in cui capiterà uno dei temuti attacchi. Queste persone soffrono di disturbo di panico. Se non intraprendono una terapia adeguata, spesso soffrono anche di depressione, non riescono a sentirsi soddisfatti di niente e hanno paura di uscire di casa (vedi Attacchi di panico).

Questo è il motivo per cui è molto importante sapere quali sono i sintomi degli attacchi di panico ed essere sicuri di ricevere l’aiuto giusto.

Sintomi degli attacchi di panico

Diagnosi del disturbo di panico

Anche se solo uno psicologo o uno psichiatra può diagnosticare un disturbo di panico (o “disturbo da attacchi di panico”, DAP), ci sono alcuni sintomi degli attacchi di panico che possono essere identificati facilmente. In uno studio recente si è scoperto che negli Stati Uniti in alcuni casi le persone hanno visto dieci o più medici prima che il disturbo fosse loro correttamente diagnosticato, e che solo una persona su quattro che ha il disturbo riceve il trattamento di cui necessita. Ecco perché è molto importante sapere quali sono i sintomi ed essere sicuri di ricevere l’aiuto giusto.

Molte persone sperimentano attacchi di panico occasionali e se si sono avuti uno o due di questi attacchi, probabilmente non vi è alcun bisogno di preoccuparsene. Il sintomo chiave del disturbo di attacco di panico è la paura persistente di avere attacchi di paniconel futuro. Se si soffre di attacchi di panico ripetuti (quattro o più) e soprattutto se si è avuto un attacco di panico e si vive nella paura continua di averne un altro, questo è il segnale che si dovrebbe considerare l’aiuto di uno psicologo professionista che sappia trattare disturbi di attacchi di panico e di ansia.

I sintomi degli attacchi di panico, ovvero: come riconoscere un attacco

Un attacco di panico esplode all’improvviso con una paura travolgente che viene senza avvisaglie e senza alcuna ragione apparente. È molto più intensa della sensazione di spavento dovuto a qualcosa di specifico che la maggior parte delle persone può avere sperimentato. I sintomi dell’attacco di panico includono:

  • aumento della frequenza cardiaca
  • difficoltà di respirazione, sensazione di non riuscire ad inalare aria a sufficienza
  • terrore quasi paralizzante
  • vertigini, stordimento o nausea
  • tremori più o meno forti e sudorazione
  • soffocamento, dolori al torace
  • vampate di calore o senso di freddo improvviso
  • torpore o formicolio alle dita
  • paura di impazzire o di stare per morire

Sintomi degli attacchi di panico: cosa significano

Questi sintomi somigliano alla classica risposta “attacca o fuggi” che gli esseri umani sperimentano quando sono in una situazione di pericolo. Durante un attacco di panico, invece, questi sintomi sembrano spuntare fuori dal nulla. Possono capitare in situazioni apparentemente inoffensive, addirittura mentre si dorme.

La causa sostanzialmente può essere imputata a due fattori: mentale e fisico. Si rimanda alla pagina sulla causa degli attacchi di panico per ulteriori approfondimenti.

Ulteriori note sui sintomi degli attacchi di panico

Oltre ai sintomi degli attacchi di panico sopra esposti, un attacco di panico è contrassegnato dalle seguenti condizioni:

  • Capita improvvisamente, senza preavviso e senza modo di fermarlo
  • Il livello di paura non è affatto proporzionale alla situazione corrente. In realtà, spesso non è affatto correlato.
  • Dura da pochi minuti a mezz’ora circa; il corpo non riesce a sostenere la risposta “attacca o fuggi” più a lungo di così. Attacchi di panico ripetuti possono tuttavia ricorrere di continuo per ore.

Un attacco di panico non è pericoloso, ma può essere terrificante, soprattutto perché si sente di perdere completamente il controllo. Il disturbo è così grave non solo per via degli attacchi di panico in sé, ma anche perché spesso porta ad altre complicazioni quali fobie, depressione, abuso di sostanze, complicazioni mediche e perfino suicidio. Gli effetti possono variare dal deterioramento delle relazioni sociali all’incapacità completa di affrontare il mondo esterno.

Evitamento situazionale

Di fatto le fobie che sviluppano le persone con disturbo da attacchi di panico non vengono dalla paura di oggetti o eventi reali, ma piuttosto dalla paura di avere un altro attacco. In alcuni casi, le persone eviteranno certi oggetti o situazioni (evitamento situazionale) per via della loro paura che queste possano far scaturire un altro attacco e subire ancora i sintomi degli attacchi di panico.

Ulteriore approfondimenti da:www.istitutobeck.it

Che cos’è? 

L’attacco di panico è un’eccessiva reazione fisica e psichica dovuta a quello che noi percepiamo come un pericolo (ansia), anche se in realtà non è tale. Si distingue per tre caratteristiche principali:  – consiste in una intensa apprensione, paura e ansia; – arriva di solito quasi improvvisamente; – ha, generalmente, una breve durata.

Quando gli attacchi di panico sono ricorrenti, si parla di “Disturbo di panico”.

Quanto è diffuso? 

Gli attacchi di panico sono molto diffusi, soprattutto tra i giovani. Circa il 30% della popolazione urbana soffrirà, almeno una volta nella propria vita, di un attacco di panico.

Quali sono le cause? 

Gli attacchi di panico fanno parte dei disturbi d’ansia. La maggior parte degli studiosi ritiene che siano la conseguenza dell’interazione di pensieri, emozioni e processi fisici. In genere, un periodo o un evento particolarmente stressanti possono scatenare il disturbo in persone con una predisposizione genetica e psicologica ai disturbi d’ansia. Può succedere perciò che il normale livello d’ansia, per esempio a causa dello stress, cresca ed esploda in episodi di panico, più o meno intensi (vedi disegno). I motivi per cui le persone soffrono di attacchi di panico sono numerosi. Tra le cause più diffuse ci sono: – la predisposizione genetica; – lo stress; – le preoccupazioni circa la propria salute; – sentimenti spiacevoli causati, ad esempio, da problemi o difficoltà personali o professionali. Quando questi non vengono affrontati o non possono essere affrontati rimangono latenti, nel tempo, provocando un aumento dell’ansia che si potrà trasformare in panico.  

Come si manifesta? 

Spesso gli attacchi di panico non sono preannunciati da nessun sintomo in particolare, arrivano improvvisamente e inaspettatamente, “a ciel sereno”. È questo il motivo per cui spaventano tanto. In realtà hanno sempre un fattore scatenante, anche quando non siamo in grado di riconoscerlo come tale.

Sintomi fisici

I sintomi fisici più comuni sono: – sensazione di soffocare; – sensazione di groppo alla gola; – sensazione di non riuscire a respirare, e quindi respirazione affannata; – battito del cuore accelerato; – dolori al petto; – mal di testa; – la sensazione di dovere andare al bagno; – gambe molli; – sudorazione eccessiva; – vampate; – senso di debolezza; – vertigini; – sensazione di confusione mentale; – rossore.

Pensieri

Anche i nostri pensieri si modificano durante un attacco di panico. Le persone che hanno un attacco di panico temono che accadrà loro qualcosa di grave. Pensano, ad esempio, che moriranno, che impazziranno, che faranno una figura terribile… Pensieri come: “Avrò un infarto” o “Ora svengo” sembrano così reali nel momento dell’attacco di panico da far sì che alcuni arrivino a chiamare l’autoambulanza o vadano in ospedale. Questo modo di pensare contribuisce a peggiorare i sintomi e di conseguenza i pensieri ansiosi creando il circolo vizioso rappresentato qui sotto.  

Dopo aver provato una volta la spiacevole esperienza di un attacco di panico, la persona colpita teme ovviamente che possa accadere di nuovo. Si innesca, dunque, anche in questo caso, un circolo vizioso (vedi sotto) che può trasformare il singolo attacco di panico in un vero e proprio disturbo. Ad esempio, mentre stiamo guidando possiamo chiederci: “Che cosa succederà se avrò un altro attacco di panico ora?”. Il pensiero scatena in noi la sensazione di essere in pericolo, quindi l’ansia, e iniziamo a sentirci male.  

Quali sono le conseguenze? 

La principale conseguenza degli attacchi di panico è la tendenza ad evitare tutte le situazioni o le persone ritenute pericolose. Le persone che soffrono di attacchi di panico cercano di fuggire il prima possibile dalla situazione o dalle persone che provocano loro malessere, evitano situazioni simili nel futuro, mettono in atto meccanismi che li rassicurino (portano con sé medicinali, se temono un attacco di cuore possono fermarsi completamente, se hanno paura di soffocare apriranno una finestra ecc.).

È evidente che una simile modalità di comportamento sarà molto limitante per loro la vita. Senza considerare che potrà creare serie difficoltà nei rapporti interpersonali (familiari, di coppia, di amicizia, ecc.) perché la persona avrà la tendenza a evitare tutte quelle situazione percepite come ansiose (uscire per incontrare persone, prendere l’aereo, frequentare luoghi affollati, andare al ristorante ecc.). In alcuni casi potrà arrivare, man mano, anche a non uscire più di casa. La paura dell’imminenza di un nuovo attacco, inoltre, produce uno stato di tensione generale e di irritabilità diffusa. È stato anche stabilito che gli attacchi di panico sono correlati ad altri disturbi quali la depressione e l’agorafobia (paura di camminare per strada, degli spazi aperti come le autostrade…).

Trattamento 

La terapia cognitivo-comportamentale è molto efficace nella cura degli attacchi di panico. Studi condotti in diversi paesi dimostrano che più dell’80% delle persone si libera degli attacchi di panico dopo un breve periodo di terapia. Il panico influenza il nostro corpo, i nostri pensieri e le nostre azioni. Per questo la terapia cognitivo-comportamentale interviene in ognuna di queste tre aree.

Corpo

Uno dei primi obiettivi della terapia cognitivo comportamentale è aiutare il paziente a capire che gli sgradevoli sintomi fisici che prova durante l’attacco di panico sono solo una conseguenza dell’ansia. Non sono, dunque, pericolosi: nulla di quello che si teme accadrà veramente. Questa consapevolezza aiuta a interrompere il circolo vizioso dell’ansia ed evita un peggioramento delle sensazioni fisiche spiacevoli (vedi circuiti sopra). Inoltre, attraverso l’insegnamento di tecniche mirate (rilassamento, controllo della respirazione, ecc.) il paziente è aiutato a fronteggiare le spiacevoli sensazioni fisiche dovute agli attacchi di panico. Inoltre una particolare attenzione viene data all’insegnamento di una sana alimentazione. È infatti ormai dimostrato quanto un’alimentazione adeguata sia di prezioso aiuto a chi soffre di attacchi di panico. Oltre a insegnare al paziente come diminuire il caffè e le bevande del tipo cole, che contengono caffeina, verrà insegnato a ridurre gli zuccheri e ad avere un’alimentazione sana e consapevole, come la moderna letteratura insegna.

Pensieri

Al paziente viene insegnato ad individuare i pensieri disfunzionali legati alle situazioni che causano l’attacco di panico. Poi a valutarli con oggettività: sono pensieri realistici o realmente preoccupanti? Infine, ad affrontare queste situazioni con tecniche e pensieri più funzionali. Inoltre verranno insegnate tecniche di gestione dello stress.

Azioni

Piano piano si porta il paziente a ridurre le situazioni evitate. Si comincerà da quelle più facili, per passare via via a quelle più “paurose”. Il paziente potrà così rendersi conto, direttamente, che esse non costituiscono un pericolo oggettivo per la sua incolumità. Questo è uno dei modi più efficaci per riuscire ad affrontare le proprie paure e conquistare così una vita più serena.

Psicoterapia cognitivo  – comportamentale

da: www.ipsico.org

Ansia, depressione, rabbia, colpa, vergogna, sono emozioni che proviamo quotidianamente. Quando le emozioni sono troppo intense o durature rispetto alla situazione nella quale ci troviamo, possiamo considerare l’eventualità di avere un problema emotivo. Per esempio, se una discussione con qualcuno ci fa star male per alcuni giorni, se piccoli difetti nelle cose che facciamo ci fanno sentire delle nullità, se compiere attività quotidiane, come fare la spesa o parlare con i colleghi di lavoro, genera un’ansia intollerabile, siamo probabilmente di fronte ad un disagio psicologico che può richiedere un intervento professionale.

La Psicologia, fin dagli albori, si è occupata dei problemi emotivi con risultati non sempre entusiasmanti. Soltanto in questi ultimi anni possiamo realmente affermare di possedere una serie di procedure rigorose e scientificamente valutabili (e valutate!) per il loro trattamento. Un più efficace approccio alla gestione dei problemi emotivi coincide con la comparsa e la diffusione, nel mondo della psicologia, del modello cognitivo comportamentale negli anni Sessanta.

Tale modello postula una complessa relazione tra emozioni, pensieri e comportamenti, sottolineando come molti dei nostri problemi (tra i quali quelli emotivi) siano influenzati da ciò che facciamo e ciò che pensiamo nel presente, qui ed ora.

Questo vuol dire che agendo attivamente ed energicamente sui nostri pensieri e sui nostri comportamenti attuali, possiamo liberarci da molti dei problemi che ci affliggono da tempo.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale (PCC) sta quindi assumendo il ruolo di trattamento psicologico d’elezione per la stragrande maggioranza dei problemi emotivi e comportamentali.

PCC

Si tratta di una disciplina scientificamente fondata, la cui validità è suffragata da centinaia di studi, principalmente, ma non solo, per la diagnosi e la cura in tempi brevi di:

Depressione e disturbo bipolare; Ansia,fobie, attacchi di panico eipocondria; Ossessioni e compulsioni; Ansia o preoccupazione generalizzate; Disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia, etc.); Stress, disturbi psicosomatici e cefalee; Disfunzioni sessuali (eiaculazione precoce, anorgasmia, etc.); Abuso e dipendenza da sostanze (alcool, droghe, etc.); Disturbi della personalità; Insonnia; Difficoltà a stabilire e mantenere relazioni sociali e comportamento impulsivo; Problemi di coppia; Difficoltà nella scuola o nel lavoro; Bassa autostima.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale, come suggerisce il termine, combina due forme di terapia estremamente efficaci:

La psicoterapia comportamentale: aiuta a modificare la relazione fra le situazioni che creano difficoltà e le abituali reazioni emotive e comportamentali che la persona ha in tali circostanze, mediante l’apprendimento di nuove modalità di reazione. Aiuta inoltre a rilassare mente e corpo, così da sentirsi meglio e poter riflettere e prendere decisioni in maniera più lucida. La psicoterapia cognitiva: aiuta ad individuare certi pensieri ricorrenti, certi schemi fissi di ragionamento e di interpretazione della realtà, che sono concomitanti alle forti e persistenti emozioni negative che vengono percepite come sintomi e ne sono la causa, a correggerli, ad arricchirli, ad integrarli con altri pensieri più oggettivi, o comunque più funzionali al benessere della persona.

Quando sono combinate nella PCC, queste due forme di trattamento diventano un potente strumento per risolvere in tempi brevi forti disagi psicologici.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale (PCC) è:

Pratica e concreta. Lo scopo della terapia si basa sulla risoluzione dei problemi psicologici concreti. Alcune tipiche finalità includono la riduzione dei sintomi depressivi, l’eliminazione degli attacchi di panico e della eventuale concomitante agorafobia, la riduzione o eliminazione dei rituali compulsivi o delle malsane abitudini alimentari, la promozione delle relazioni con gli altri, la diminuzione dell’isolamento sociale, e cosi via. Centrata sul “qui ed ora”. Il ricordo del passato, come il racconto dei sogni, possono essere in alcuni casi utili per capire come si siano strutturati gli attuali problemi del paziente, ma molto difficilmente possono aiutare a risolverli. La PCC quindi non utilizza tali metodi come strumenti terapeutici, ma si preoccupa di attivare tutte le risorse del paziente stesso, e di suggerire valide strategie che possano essere utili a liberarlo dal problema che spesso lo imprigiona da tempo, indipendentemente dalle cause. La PCC è centrata sul presente e sul futuro molto più di alcune tradizionali terapie e mira ad ottenere dei cambiamenti positivi, ad aiutare il paziente a uscire dalla trappola piuttosto che a spiegargli come ci è entrato. A breve termine. La terapia cognitivo-comportamentale è a breve termine, ogni qualvolta sia possibile. Il terapeuta è comunque generalmente pronto a dichiarare inadatto il proprio metodo nel caso in cui non si ottengano almeno parziali risultati positivi, valutati dal paziente stesso, entro un numero di sedute prestabilito. La durata della terapia varia di solito dai tre ai dodici mesi, a seconda del caso, con cadenza il più delle volte settimanale. Problemi psicologici più gravi, che richiedano un periodo di cura più prolungato, traggono comunque vantaggio dall’uso integrato della terapia cognitiva, degli psicofarmaci e di altre forme di trattamento. Orientata allo scopo.La PCC è più orientata ad uno scopo rispetto a molti altri tipi di trattamento. Il terapeuta cognitivo-comportamentale, infatti, lavora insieme al paziente per stabilire gli obbiettivi della terapia, formulando una diagnosi e concordando con il paziente stesso un piano di trattamento che si adatti alle sue esigenze, durante i primissimi incontri. Si preoccupa poi di verificare periodicamente i progressi in modo da controllare se gli scopi sono stati raggiunti. Attiva. Sia il paziente che il terapeuta giocano un ruolo attivo nella terapia. Il terapeuta cerca di insegnare al paziente ciò che si conosce dei suoi problemi e delle possibili soluzioni ad essi. Il paziente, a sua volta, lavora al di fuori della seduta terapeutica per mettere in pratica le strategie apprese in terapia, svolgendo dei compiti che gli vengono assegnati volta volta. Nella PCC il terapeuta svolge un ruolo attivo nella soluzione dei problemi del paziente, intervenendo spesso e diventando talvolta “psico-educativo”. Ciò tuttavia non vuole assolutamente dire che il paziente assista ad una lezione nella quale si sente dire che cosa dovrebbe fare e come dovrebbe pensare; anch’egli, anzi, è stimolato ad essere più attivo possibile, un terapeuta di sé stesso, sotto la guida del professionista. Collaborativa.Paziente e terapeuta lavorano insieme per capire e sviluppare strategie che possano indirizzare il paziente alla risoluzione dei propri problemi. La PCC è infatti una psicoterapia breve basata sulla collaborazione tra paziente e terapeuta. Entrambi sono attivamente coinvolti nell’identificazione delle specifiche modalità di pensiero che possono essere causa dei vari problemi. Il paziente potrà scoprire di aver trascurato possibili soluzioni alle situazioni problematiche. Il terapeuta aiuterà il paziente a capire come poter modificare abitudini di pensiero disfunzionali e le relative reazioni emotive e comportamentali che sono causa di sofferenza. Scientificamente fondata. È stato dimostrato attraverso studi controllati che i metodi cognitivo-comportamentali costituiscono una terapia efficace per numerosi problemi di tipo clinico. E’ stato dimostrato che la PCC è efficace almeno quanto gli psicofarmaci nel trattamento della depressione e dei disturbi d’ansia, ma assai più utile nel prevenire le ricadute.

da:www.attacchidipanico.net

IN COSA CONSISTE LA TERAPIA COGNITIVO       COMPORTAMENTALE

      Per quasi tutte le persone sottoposte al trattamento, la terapia è       risultata divertente, già dopo 10-12 sedute si sono visti grandi       cambiamenti, i malati hanno ricominciato a fare cosa che avevano evitato       per molto tempo come uscire e andare a vedere un film. Proprio perché       riescono a fare delle cose piacevoli, la terapia sembra loro divertente.            La terapia si basa spesso sui compiti che i pazienti devono svolgere a       casa, il terapeuta è una sorta di guida esperta, un allenatore che       focalizza l’attenzione su ciò di cui il paziente ha bisogno in modo da       fargli riacquistare la fiducia e la padronanza delle loro sensazioni.       Il terapeuta giorno dopo giorno accrescerà la fiducia e il fatto che si       può guarire.       Quali sono i passaggi della terapia? La terapia cognitiva consta di       quattro fasi: • Raccogliere informazioni su ciò che provoca gli attacchi di panico; • Imparare a respirare in modo diverso per ridurre l’ansia; • Imparare a gestire i pensieri che provocano il panico; • Provare a superare gli attacchi più lievi per poi passare ai livelli più       alti.       Immaginate una situazione che vi rende particolarmente ansiosi, per       esempio andare in un grande negozio, potrebbe essere un 6 sulla scala       delle preoccupazioni, andare in un piccolo negozio sarebbe meno traumatico       e immaginate ancora di riuscire a starci dentro per circa 15 minuti e di       comprare ciò di cui avete bisogno, entro la fine della giornata il livello       d’ansia potrebbe scendere anche al secondo o primo livello. Potreste       cercare da voi degli strumenti che vi rendano meno ansiosi ad esempio       qualcosa che vi faccia rilassare, respirare e battere il cuore più       lentamente. Se continuaste ad andare nello stesso negozio per una       settimana cosa pensate che succederebbe? Sicuramente il livello d’ansia       continuerebbe a diminuire, ci sarebbe ancora un po’ di tensione, di       sudorazione ma niente di più. Le risorse di auto- aiuto sono un buon punto       di partenza, questa tecnica è detta di desensibilizzazione, cioè essere       meno sensibili all’ansia e al panico.       Il terapista lavora per ottenere un buon processo di apprendimento,       l’obiettivo non è semplicemente quello di eliminare l’ansia, ma di sapere       gestirla.

Intervista al dott. Di Rienzo ( domande e risposte)

da:www,noimamme.it

Quando si può parlare di Disturbo da attacchi di panico (DAP)? Quali sono i sintomi e cosa si prova? Ci sono sensazioni o disturbi particolari che ti lasciano capire che stai vivendo un attacco di panico?
Si parla di attacco di panico quando una persona è colpita, in modo improvviso ed  inaspettato, da un episodio acuto di ansia, che raggiunge in pochi istanti una notevole intensità, per poi diminuire gradualmente. Gli episodi tendono a ripetersi nel tempo con frequenza variabile.  Caratteristica tipica degli attacchi di panico è la sensazione di pericolo o di morte imminente, o la paura di perdere il controllo sui propri pensieri e sul proprio comportamento.

Generalmente, gli attacchi di panico compaiono senza un motivo comprensibile per la persona.
Caratteristici sono nella persona colpita da panico i sintomi somatici:
–  disturbi cardiaci (ad es., il sopravvenire improvviso di una tachicardia); –  disturbi respiratori (aumento della frequenza respiratoria, sensazione di mancanza di respiro);   –  disturbi gastrointestinali (nausea, vomito, ecc). 
Inoltre, spesso compaiono: sudorazione, vampate di calore, rossori, sensazioni di freddo, difficoltà di deglutizione, tremori, sbandamenti, vertigini o sensazione di instabilità, formicolii alle mani e ai piedi.   Che differenza c’è tra attacchi di ansia e attacchi di panico?
La definizione “attacco d’ansia” è più generale. Essa può includere, oltre al classico attacco di panico, anche una reazione ansiosa improvvisa di fronte a un grave pericolo oggettivo (ad esempio una macchina che si dirige verso di noi ad alta velocità), oppure nei confronti di uno stimolo che genera una fobia (ad esempio la vista improvvisa di una vespa in un fobico delle vespe), oppure come conseguenza di squilibri endocrini, come l’ipertiroidismo.
Gli attacchi di panico sono classificati nel DSM IV?
Il DSM-IV (Manuale Statistico Diagnostico dei Disturbi Psichiatrici) è il manuale di riferimento a cui ricorrono tutti gli esperti del settore psicologico, dove sono classificati i vari disturbi psicologici. Tra questi è inserito anche il disturbo da attacchi di panico.
Come facciamo a sapere se sta per arrivare un attacco di panico? Gli attacchi di panico danno dei segnali preventivi?
L’attacco di panico per lo più si presenta senza particolari sintomi premonitori.
A volte, soprattutto in chi ne ha già fatto esperienza, la crisi può essere “anticipata” da una sensazione di calore, di tachicardia, oppressione toracica, oppure da vertigini o una sensazione di sbandamento.   Esistono differenti gradi ( livelli ) di attacchi di panico? Se sì, quali?
Oggettivamente non esiste una “scala” per quantificare il livello di un attacco di panico, differenziandone l’intensità in base alle persone. Esiste, ovviamente, un modo individuale di vivere e percepire il disturbo. In tal modo la persona sa benissimo ad es. che “il primo attacco di panico è stato quello più intenso”.   È vero che l’evitamento è una conseguenza necessaria del DAP? Gli attacchi di panico possono degenerare col tempo se non si interviene con una cura?
Col passare del tempo le persone tendono a sviluppare preoccupazioni crescenti circa l’idea del ripetersi delle crisi, quindi può crearsi uno stato di continua all’erta (cosiddetta ansia anticipatoria).
Ciò tende a determinare un restringimento del proprio campo di azione, con evitamento di quelle situazioni sociali dove è più facile che si possa verificare l’attacco, con restringimento sempre maggiore del proprio raggio d’azione, fino alla comparsa dell’agorafobia. Questa si ha quando la persona o non esce più di casa o, se lo fa, esce solo in compagnia di una persona amica (partner, familiare, ecc.).
Come nasce una paura incontrollabile, e perché in alcuni sfocia negli attacchi di panico e in altri no? Esiste una correlazione tra attacco di panico e tipo di personalità? Ci sono persone più predisposte a svilupparli o caratteristiche individuali predisponenti?
I sintomi d’ansia-panico sono appresi. Generalmente, tende ad esserne più colpito dagli attacchi di panico chi è vissuto in un contesto familiare ansioso (es. genitori insicuri ed iperprotettivi) e da bambino ha sofferto di ansia da separazione dai genitori e fobia della scuola. È probabile che esista una qualche vulnerabilità genetica, che però si esprime solo se si è cresciuti in un contesto ambientale ansioso.
 
Esistono eventi particolari che favoriscono l’esordio degli attacchi di panico?
Gli attacchi di panico possono esordire in rapporto a particolari eventi, come la perdita recente di una persona cara, stress affettivi e lavorativi, assunzione di sostanze stimolanti.  
Nel 70% dei casi sono colpite dagli attacchi di panico le donne, per la presenza di fattori stressanti multipli, derivanti dalla somma dei ruoli: compagna, mamma, casalinga, lavoratrice, ecc., quindi dalla difficoltà oggettiva a conciliare i vari impegni.
  C’è una correlazione tra precoce e prolungato distacco dalla madre nell’infanzia e DAP?
Ci può essere, soprattutto quando, dopo il distacco precoce dalla figura materna, sia mancata una figura sostitutiva adeguata (es. una nonna, una zia, ecc.).  
Una persona che ha un attacco di panico può diventare pericolosa per se o per altri (ad es. facendo qualche gesto inconsulto)?
No. Chi ha un attacco di panico, essendo talmente preoccupato per i propri sintomi, si pone sulla “difensiva”, quindi non pensa di doversi “scaricare” su qualcuno. La presenza di eventuali comportamenti autodistruttivi (ad es. farsi dei graffi profondi ai polsi) indica la coesistenza di un disturbo della personalità.  
  Come si tiene a bada la paura?
Anche se non è facile, sul momento è importante avere un atteggiamento meno pessimistico possibile, cercare di rallentare la respirazione, concentrandosi il meno possibile sulle sensazioni del proprio corpo.
  Come bisogna comportarsi se ci troviamo in compagnia di qualcuno che ha un attacco di panico?
In caso di un attacco di panico è fondamentale rassicurare la persona, assumendo un atteggiamento fiducioso e positivo. Sono assolutamente banditi i rimproveri e gli atteggiamenti punitivi.
  Quali sono i principali fattori di protezione dell’attacco di panico, sia personali che socio-relazionali? Come prevenirne l’insorgenza?
Una vita il più possibile serena e realizzata dal punto di vista affettivo, economico, lavorativo e, soprattutto, la presenza di un attaccamento sano e non di tipo ansioso-dipendente nei confronti del partner.
  Quali tipi di terapie psicologiche sono attualmente considerate le più indicate per curare gli attacchi di panico?
La forma di intervento più indicata per la cura degli attacchi di panico è la Psicoterapia cognitivo-comportamentale, secondo la quale ogni problema umano deriva da un modo specifico di pensare della persona. Il terapeuta aiuta la persona a individuare il suo modo di pensare “sbagliato” (responsabile di emozioni e di comportamenti inadeguati alle situazioni) e gli insegna a “riprogrammare” il suo pensiero, le sue emozioni ed il suo comportamento.
L’intervento dura in genere pochi mesi.
Fra le tecniche di rilassamento ricordo il Biofeedback. Si tratta di una macchina che misura lo stress prodotto dall’organismo attraverso la misurazione del grado di tensione muscolare. Lo strumento emette un segnale visivo e sonoro che è tanto più frequente quanto più forte sarà il livello di ansia e stress. È possibile imparare a ridurre il segnale e, quindi, la propria ansia, attraverso un addestramento progressivo.  
Gli attacchi di panico possono colpire anche i bambini? Come si riconoscono in questo caso, da parte dei caregivers? Come farvi fronte?
Sono descritti casi di attacchi di panico nei bambini. In questi casi il disturbo è probabilmente l’ultimo stadio di una serie di disturbi ansiosi, iniziati dapprima con l’ansia di separazione, poi con la fobia scolare e la fobia sociale.
Nei bambini è fondamentale rivolgersi ad uno psicoterapeuta, con coinvolgimento attivo nella terapia anche dei familiari.  
Si guarisce dal DAP o si impara a conviverci/gestirlo?
Dal DAP si può guarire, e l’imparare a gestirlo costituisce un passo fondamentale verso la guarigione.
  È possibile avere un attacco di panico e non rendersene conto?
È praticamente impossibile, dato che la sintomatologia è, come abbiamo visto, piuttosto eclatante. Un problema serio può invece derivare dalla mancata conoscenza di ciò che si prova: si sta male, ma non si sa che si tratta di un attacco di panico. Ciò può far perdere del tempo prezioso, con ricorso tardivo alle cure psicologiche e mediche.
 
 
da:www.disturbodipanico.myblog.it
 

Attacchi di panico più frequenti nei figli di genitori separati

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Secondo uno studio effettuato del San Raffaele di Milano e dall’Istituto scientifico universitario San Raffaele, i figli di genitori separati sarebbero più a rischio di sviluppare nell’età adulta attacchi di panico.

Elemento cruciale sarebbe la grave esperienza di distacco che li accomuna anche agli orfani e ai bimbi figli di emigrati.

I ricercatori hanno studiato il fenomeno in oltre 700 gemelli del Registro nazionale norvegese e i risultati del lavoro, realizzato in collaborazione con il Norwegian Institute of Public Health, il Queensland Institute of Medical Research di Brisbane (Australia) e il Virginia Institute of Psychiatry and Behavioural Genetics di Richmond (Usa), sono stati pubblicati sulla rivista ‘The Archives of General Psychiatry’.

Gli scienziati hanno approfondito il legame, già ipotizzato, fra il rischio di sviluppare disturbi di panico e l’ansia da separazione o l’esperienza di una perdita precoce sperimentata da piccoli. Basta anche il distacco di uno solo dei due genitori a rendere più vulnerabili al panico in età adulta i bimbi geneticamente predisposti.

Lo studio sui gemelli ha permesso di separare il contributo genetico e ambientale dal rischio di ammalarsi nelle comuni condizioni di patologia. Attraverso interviste su eventi di separazione precoci e sulla presenza di sintomi ansiosi nell’arco della vita, gli studiosi hanno cercato di ricostruire la storia di ciascun gemello.In un secondo momento ciascuno di loro è stato sottoposto a un test di respirazione per valutare il rischio di attacchi di panico. E i ricercatori hanno osservato che, fra i gemelli che da piccoli avevano subito i traumi da separazione, c’erano più persone con attacchi di panico. Non solo: un lutto o il divorzio dei genitori – ma anche semplicemente l’emigrazione all’estero del padre alla ricerca di un nuovo lavoro – possono modificare la respirazione probabilmente cambiando la fisiologia dall’età infantile in modo relativamente stabile, o per tutta la vita.

«Le implicazioni di questa ricerca – spiega Marco Battaglia, professore di psicopatologia dello sviluppo al San Raffaele e direttore dello studio- sono molteplici sia dal punto di vista della diagnosi precoce sia della prevenzione. Una di queste è che i bambini che manifestano una particolare riluttanza a separarsi dai genitori meritano particolare attenzione incoraggiarli a fare delle piccole e progressive esperienze di allontanamento puo giocare un ruolo preventivo e terapeutico Sebbene lo studio dimostri l’importanza dei geni per spiegare le relazioni tra ansia da separazione in eta di sviluppo e panico in età adulta, modificare l’ambiente e il patrimonio di esperienze dei bambini, anche attraverso programmi psicoterapeutici dedicati, potrebbe non solo curare questi bambini ma anche provocare importanti variazioni nella stessa espressione genetica, cioè nelle modalità con le quali l’informazione nel Dna viene ‘letta e tradottà in proteine e, in ultima analisi, nei comportamenti»

Angelo Vigliotti
Scritto da Angelo Vigliotti