Binjamin Wilkomirski: un Natale senza Natale

Il natale è una festa per eccellenza di pace e di fraternità. Attraverso il dialogo, attraverso il sostegno a coloro che sono meno fortunati.. Il messaggio è valido per tutti, di qualsiasi religione.

Purtroppo la storia del passato e la storia di oggi ci dice che non è così. Il Natale ci riporta alla nascita, all’infanzia, al bambino che è dentro di noi, al fanciullino pieno di entusiasmo, di stupore, di curiosità, di gioia, all’età dell’innocenza.

Forse è una magica storia forse è qualcosa che non esiste e si festeggia  per motivi solo economici o tradizionali per uno scambio di doni. Ma la festa ha un profondo significato d’amore. La vita è un dono e non si può danneggiare, non si può nasconderla, non si può ferirla. Amore vuole dire non violenza, non aggressività, riconciliazione con il proprio SE’ e con gli altri,  dialogo costruttivo e condivisione  di un progetto che vada verso un benessere sentito e comunitario.

Ci sono alcuni Natali da dimenticare. Alcuni da ricordare.

Binjamin Wilkomirski è un ebreo, che non sa il suo nome vero, non ricorda la sua casa natale. La sua famiglia è stato spostata da un luogo all’altro dalla furia dei nazisti. Divisa la famiglia, divisi i fratelli e lui spostato da un campo di concentramento all’altro. Campi di concentramento per bambini destinati a una fine atroce, a una vita in cui vivere vuol dire sopravvivere e per alcuni desiderare la morte, e in cui il pane quotidiano era la tortura, l’umiliazione, il sadismo fisico e psichico, l’oltraggio, con una persecuzione sistematica e metodica. Non posso non ricordare con affetto e con profonda commozione la storia di Binjamin Wilkomirski, ora adulto con un nome inventato, compagno di luce, che si è salvato dallo sterminio nazista e che si è dovuto inventare un compleanno da festeggiare e non è riuscito a conoscere la sua famiglia di origine.  Fortunatamente ha ricordato. E ha impresso nella sua memoria e nella sua biografia alcune immagini e molti vissuti sia dell’esperienza nei campi di concentramento nazista dove è stato prigioniero  in Polonia sia dell’esperienza  tormentata nell’orfanatrofio in Svizzera. Rimango allibito e meravigliato di come abbia fatto e come sia riuscito a trovare un equilibrio psicologico dopo le  violenze subite durante la sua infanzia, la perdita totale delle radici compresa la lingua natia,le paure, l’angoscia continua  diurna e notturna, la mancanza di cibo , le ferite d’abbandono.

E poi l’indifferenza totale, la mancanza di accoglienza e di empatia quando è stato portato in orfanotrofio, una struttura legale che invece di accogliere, di aiutare, di sostenere ha provato disgusto per un ragazzo che  ha cercato di nutrirsi di avanzi. Precedentemente c’erano uomini dalla divisa grigia, ora c’erano dei robot che dovevano solo far funzionare bene la struttura.

Questa storia  ci rammenta una tragedia, quella dell’olocausto e ci stimola a non dimenticare. Recuperare la memoria al di là e al disopra delle controinformazione appartiene al nostro vissuto, alla nostra crescita, al futuro dei nostri figli. Nel mondo avvengono sfruttamenti continui di bambini e per molte persone la dichiarazione dei diritti  del bambino è carta straccia. E fortunatamente molti bambini recuperano la loro storia e la raccontano in contraddizione con la logica e con la programmazione illuministica del vivere sociale. Una società che guarda più all’immagine e all’avere che all’essere e al rispetto delle libertà fondamentali di ogni individuo. Binjamin abituato alla baracca dei campi di concentramento pensava  che al di là del campo c’era la fine del mondo. Aveva perso la sua infanzia , quel mondo  in cui lo stupore e l’entusiasmo, la curiosità e il senso dell’avventura, il gioco e la fantasia riempiono la   mente del bambino e la guidano alla scoperta di sé e dell’altro. Non si può dimenticare la  SHOA’  che in ebraico significa distruzione e  ci rammenta lo sterminio di circa sei milioni di ebrei. E c’erano tanti bambini che hanno avuto una vita in “frantumi”..Questa memoria non deve essere rituale , deve essere una memoria attiva. Che ci consente di avere una visione chiara della nostra storia, fin dove può arrivare un cammino di tenebra e di orrore.

Puoi appartenere a qualsiasi religione ma a cosa ti serve credere in Dio se poi non rispetti l’altro, se favorisci con il tuo silenzio – assenso la formazione di personalità aberranti, di super – uomini capaci di  creare una ideologia di sterminio e di odio.

Non possiamo dimenticare la Shoà e la mostruosità di lager creati dal nazismo,  in cui erano internati anche dei bambini. A volte mi sono detto : è un incubo notturno o una realtà? Bisogna dire con amarezza  che nella Shoà la realtà ha superato qualsiasi immaginazione, qualsiasi  fantasia. La storia di questi eventi, il dovere della memoria  ci aiuta a non dimenticare le  continue violenze sui bambini anche  nella società odierna. Il natale serve proprio a questo, altrimenti è un natale vuoto, un natale senza natale, solo una pausa commerciale, uno scambio di doni e di auguri formali per mantenere alcune amicizie,un periodo  di divertimento.

La strada per la libertà  non è facile, e nella vita esistono tantissime cose che seducono il tuo sguardo, tanti suoni che coinvolgono  il tuo udito ma poche cose che catturano il tuo cuore. La Shoà non puoi dimenticarla, non puoi rilegarla nell’oblio, altrimenti dimenticherai una parte della tua storia,  dimenticherai come la follia è a portata di mano a partire da una idea distorta, come tuttora  si continua  a non rispettare i diritti dell’infanzia e a calpestare  e a violare con tranquillità e con serenità, il mondo dei bambini.

Tutti coloro che dimenticano il loro passato – diceva Primo Levi –  sono condannati a riviverlo.

Non farlo.

Angelo Vigliotti
Scritto da Angelo Vigliotti