Dalla perizia su “base grafologica”

alla “perizia grafologica”

 

 

A questo lavoro seguiranno altri articoli tesi a definire una proposta valida per la perizia grafologica. Si avrà modo di constatare che la perizia grafologica coincide con lo studio della scrittura e che la competenza che il grafologo peritale deve possedere consiste nella diagnosi della grafia.

Fermo quanto sopra, sia chiaro: non intendo affatto asserire che nel campo della perizia grafica sia da tutto da riscrivere. Non è così! Basti solo un dato riferito a me stesso: nel caso contrario dovrei ammettere che sino ad un anno fa avrei errato tutte le mie consulenze e le mie perizie.

Tutto ciò vuol dire che tutto quanto è consolidato ed accertato rimane ovviamente valido: è in discussione un’idea di progresso e di non rivoluzione.

 

Principi della perizia grafologica

Per definire le differenze tra la perizia su “base grafologica” e la perizia grafologica” è indispensabile precisare anche le differenze tra i metodi della grafologia e la disciplina della grafologia.

1) La perizia grafologica è un elaborato grafologico vero e proprio, mutuato secondo la specifica natura della stessa;

2) La perizia grafologica è lo studio di ogni millimetro della grafia. Sul piano della grafologia generale, ciò implica che ogni millimetro della scrittura ha un significato (grafologico, ovviamente. Vale a dire non psicologico), il che è incontestabile;

3) La grafologia, dunque, non coincide con i metodi grafologici. Ovviamente, per l’immediato la grafologia si propone di essere coerente con ciò che si è dimostrato per valido nell’ambito dei singoli metodi (ad iniziare dall’uso puntuale ed univoco del lessico. Verrà il momento in cui, invece, forse avvierà l’opposto (per l’immediato è indispensabile che la grafologia progredisca e si affermi): i singoli metodi potrebbero avvertire l’onere di uniformarsi (in termini di sola coerenza, ovviamente) alla grafologia. Un analogo processo ha coinvolto la stessa psicologia. Quando si verificherà l’opposto (sperato) allora i singoli metodi potranno conseguire l’autonomia (la grafologia, invece, è in sé autonoma, come si potrà desumere anche nel proseguo);

4) Restituendo significato ad ogni millimetro della scrittura, la grafologia ha un campo illimitato ed un orizzonte infinito (i metodi, invece, hanno un campo ristretto e sono “finiti”). Si dimostra che già da ora i metodi non possono fare a meno della grafologia, in quanto la prima sta ai secondi come la biologia sta alla medicina;

 

5) La grafologia si distingue dai metodi sin dalla definizione dello stesso oggetto. La grafia non è concepita come un prodotto del cervello e di una psiche, ma come una comunicazione codificata, frutto del cammino dell’Uomo, coniugato per epoca, cultura e civiltà. In effetti, i vari modelli calligrafici restituiscono l’uomo del proprio tempo e della propria cultura. L’unica eccezione è costituita dalle grafie di soggetti aventi problematiche di tipo neurologico, fermo restando il fatto che il modello appreso resta comunque insopprimibile (tranne casi rarissimi) e che bisognerebbe indagare meglio queste grafie (grafologicamente, intendo);

6) Il fondamento è che ogni fenomeno (ed ogni proprietà che prima definivamo psicologica) è rappresentabile graficamente e, quindi, è studiabile dalla grafologia. La rappresentazione grafica del fenomeno studiato restituisce la geometria (la forma), la quale a propria volta ha una fisionomia ed un moto (si badi che lo stesso Moretti si avvaleva di tali rappresentazioni, ma non aveva compreso che utilizzava degli universali). La fisionomia, la geometria ed il moto, dunque, sono tre costitutivi universali (la pressione, invece, è estranea ai costitutivi ed esprime soprattutto l’aspetto teolologico. Inoltre la pressione non indica la terza dimensione, in quanto questa dimensione è rappresentata dall’avantidietro, che integra in senso tridimensionale il simbolismo spaziale di Pulver). La geometria va valutata simbolicamente (le lettere sono simboli, seppur linguistici), mentre gli altri due costitutivi vanno valutati su base analogica. Si dimostra, che la grafologia studia il simbolo della vita (Cfr. Dalla genesi di un segno ad una “nuova grafologia”, secondo il simbolo della vita);

 

La grafologia sa restituire senso ad ogni millimetro di questa conformazione. E’ in osservazione una “a”, ossia, secondo il modello, una “o” provvista di zampetta finale (dovrebbero essere giustapposte). Sul piano delle osservazioni più significative si osservi il forte calo della pressione che si verifica a partire dal II settore e in tutto il III settore dell’ovale (vedi la proposta di cui alla prossima fig.), cui si contrappone l’aumento abnorme della pressione.

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7) Al centro della grafologia ci sono sia il modello calligrafico e sia la traduzione individualizzata dello stesso modello, il tutto risponde al concetto di simbolismo oggettivo (l’oggetto è un simbolo in sé). Ciò impone la centralità della lettera e dei gesti intimi della stessa. Tra tutte le lettere, quella che svetta in importanza è la “o” (anche nel campo peritale, come avrò modo di dimostrare con il tempo) e le sue derivate (“a”, ovali della “d” e della “g”, ed in parte la “u” e la “c”). Le “o” vanno approfondite minuziosamente, perché in se stesse ed in relazione logica consequenziale con le altre lettere (vedi più avanti) forniscono informazioni pressoché illimitate (è veramente sorprendente! Mi si creda sulla parola, ovviamente per ora);

 

 

8) Si dimostra che i gesti intimi che corredano le singole lettere (e le relazioni tra loro – cfr. il prossimo punto) sono frutto di 1) condizionamenti subiti nella fase in cui il soggetto era un prescrivente; 2) adattamenti dovuti a traumi (o a eventi lieti) intervenuti in qualsiasi epoca. La natura adattiva dei gesti intimi è subitanea e tale che va tenuta in debito conto anche nella valutazione dei saggi grafici, redatti per scopi peritali. Il tutto in potenza ha un’importanza eccezionale;

 

 

 

 

9) I gesti intimi hanno delle traiettorie, che sono istanze del moto. Le traiettorie possono essere proprie (quelle suggerite dal modello calligrafico) od improprie (possono appartenere solo alle manoscritture, fermo restando il fatto che il modello non sempre è condivisibile e che dunque ben vengano le elaborazioni funzionali e personalizzate). Ogni traiettoria interagisce con le varie provocazioni simboliche presenti nella scrittura (e non evocate dalla stessa, come sembrano suggerire Pulver e i metodi della grafologia). In definitiva le traiettorie (che hanno sempre un punto di inizio ed un punto di fine, che vanno individuati con molta attenzione) del modello suggeriscono come relazionarsi “correttamente” ai vari simbolismi, mentre le traiettorie presenti nelle manoscritture indicano l’esito del confronto scontro tra il modo di sentire individuale ed il modo di “sentire” del modello. Gli assi appartengono anche loro alle traiettorie e determinano la simmetria o meno di una conformazione. Il concetto di simmetria, peraltro, è di grandissima importanza grafologica e, di conseguenza, peritale;

 

 

10) Le singole lettere si relazionano tra loro secondo una relazione logica consequenziale, ovvero si influenzano vicendevolmente (anche secondo la natura della parola interessata). Anche il modello prevede lettere “composte”, vale a dire che sono costituite da più elementi grafici, ovviamente posti in relazione logica consequenziale. Ad esempio, la “a” (una “o” più una gambetta), la “d” (una “o” più un’asta), la “t” (un’asta, provvista di gesto concavo alla base, più un taglio direzionato verso la destra), la “n” (sono poste in relazione intima due zampette) e la “m” (relazione intima tra tre elementi), la “h” e la “g”, la “f” (relazione alto – basso), la “b” e la “q” (potrebbe essermi sfuggito qualche relazione). Tali relazioni sono molte ricche sul piano del significato grafologico;

11) Le relazioni logiche consequenziali più incisive sono, in ordine di importanza decrescente, quelle che interessano le “o” (sia in “entrata” sia in uscita”), quelle indicate nel punto precedente, quelle che relazionano con il rigo di base introitato (il punto richiederebbe una lunga trattazione), quelle che interessano il collegamento (sia in “entrata” sia in uscita”) con le lettere che restituiscono il comandamento (il termine super io è molto riduttivo – si intendono le aste e le lettere lunghe in generale) e con la destra. Una relazione logica consequenziale complessa tra le più significative è quella che è costituita dal gruppo “ch”, ma ne potrei indicare anche delle altre (beninteso, ognuna di loro ha un significato, è ovvio);

(Dalla grafia di un soggetto che si ipotizza che possa essere stato Jack lo squartatore). La geometria della “o” e delle altre conformazioni interessate (assegno molto importanza alla “n” – si osservi anche la “t” assai dura e molto angolosa in alto ed in basso – si tenga presente che anche la pressione appartiene alla geometria, sebbene si valuti anche e soprattutto sulla base della fisionomia – nella grafologia morettiana, vi corrispondono Intozzata I e II di alto grado) combinata con le caratteristiche specifiche della fisionomia e del moto restituiscono una relazione logica consequenziale complessa veramente molto preoccupante (sarei disposto a battermi per sostenerla, ma ovviamente non posso escludere che stia errando ed in una certa misura mi auguro di sbagliare).

 

12) Il tutto però ha un senso se si acquisisce un linguaggio univoco e comune. Soprattutto ha un senso se coloro che si dichiarano grafologi dimostrano di possedere una competenza diagnostica estimativa grafologica (ad esempio, altrimenti non sarebbe possibile distinguere un gesto concavo da un gesto analogamente concavo ma flessuoso. E’ ovvio, la flessuosità, che è una fisionomia, si apprezza su base diagnostica estimativa). Dal punto diagnostico, il costitutivo fondamentale è la fisionomia. La competenza si acquisisce con l’esercizio. La differenza nel livello intuitivo che distingue i vari grafologi consiste proprio nella capacità di restituire alla grafia (e alla lettera) la fisionomia più propria e di saperla grafologare in analogia. Ciò implica che se, da un lato, esistono i molto dotati, da un altro, devono esistere anche coloro che non sono dotati per nulla (lo stesso Pulver ha scritto che non tutti possono diventare grafologi). Fenomeni analoghi si verificano in tutti i campi in cui si richiede una competenza diagnostica estimativa, ad iniziare dalla medicina. Si tratta di un’evidenza che andrebbe attentamente valutata dalle scuole di grafologia;

13) Essendo in crisi il modello calligrafico, la grafologia deve chiedersi anche che cosa significhi scrivere in un’ottica grafologica. Da questo punto di vista, ad esempio, si sta diffondendo il fenomeno della non scrittura (grafologica), che ho definito con il termine di grafia disegnata (vedi in Dalla genesi di un segno), per indicare un atto grafico in cui è possibile asserire che il modello e la traduzione individualizzata dello stesso non producono più alcuna emozione: lo “scrivere” è una messa in scena. Produce emozione solo l’aspetto di prestazione insito nell’atto grafico. Di conseguenza, la “grafia” indica un adattamento – nascondimento. Si tratta di un camuffamento che si adatta alle circostanze. Il fenomeno è inquietante su più piani (le associazioni grafologiche dovrebbero contrastarlo, con una battaglia culturale tesa a modificare gli attuali indirizzi della didattica, ponendo al centro l’azione formativa del modello), che mette in seria crisi i metodi della grafologia. Mette in crisi anche la perizia grafica condotta su base grafologica, in quanto questi scriventi hanno più “scritture”, talora assai diverse tra loro. Soprattutto sul piano dimostrativo, confesso, si pongono problemi anche per la perizia grafologica, almeno sin tanto che il fenomeno della grafia disegnata non sarà studiato a fondo ed in maniera sistematica e con follow-up. Non si hanno problemi, invece, sul piano della diagnosi grafologica (mentre si hanno problemi nelle analisi grafologiche, propria dei metodi), in quanto la non scrittura evidenzia in modo conclamato le problematiche che il soggetto ha introitato nelle fasi in cui era prescrivente. Naturalmente, ho individuato da tempo l’indice grafologico che ci consente di asserire quando la grafia è disegnata, ma è opportuno tenerlo riservato. Fino a quando non si avranno dei progressi massicci sul piano della comprensione del fenomeno, per gli effetti che potrebbe produrre nel campo peritale e nel campo grafologico. Ad esempio, se si divulgasse la convinzione che ognuno possa scrivere come vuole (il che peraltro, nella stragrande maggioranza dei casi, non risponde al vero), verrebbe meno lo stesso fondamento dei metodi della grafologia e degli applicativi degli stessi;

14) Il tutto ha un senso se si “edifica” una metodologia peritale grafologica e una semiotica della grafologia, il che richiede il concorso di tanti;

15) Un cardine della metodologia peritale (e della grafologia) è costituito dal principio degli opposti, in coerenza con il simbolo della vita, ma il punto meriterebbe una lunga trattazione (per una prima introduzione, eventualmente cfr. Dalla genesi di un segno, su www.filografia.it, sezione forum, in approfondimenti);

16) Un’avvertenza di grande importanza è la seguente: ogni relazione logica consequenziale, sul piano de significato, indica solamente una tendenza e non necessariamente un comportamento concreto, in quanto potrebbe essere contrastata da altre. Si è ragionevolmente sicuri di aver diagnosticato correttamente una tendenza solo quando la stessa è ribadita da altre relazioni logiche presenti nella medesima scrittura. In questo modo, infatti, si è sicuri che sia coerente con la natura del contesto grafico, così come si valuta nell’ambito dei metodi. All’inverso, l’analisi del contesto grafico, che va effettuata in modo autonomo, è un ulteriore elemento di conferma di una tendenza correttamente rilevata;

17) Nel campo della perizia grafologica, le procedure che interessano sono solo l’osservazione e il ragionamento oggettivo: si tenga presente che ogni nuova relazione logica consequenziale si ribadisce nella sua validità anche, e soprattutto, quando è coerente con altre comprese in precedenza e consolidate nel riscontro empirico.

Un piccolo esperimento

Con questo piccolo esperimento intendo provocare, ai fini di suggerire delle riflessioni. Voglio dimostrare che nel campo peritale non esiste una vera comunità di grafologi (ciò non significa automaticamente che non esistano i grafologi), tanto è vero che i singoli elaborati non sono comparabili tra loro. Voglio anche dimostrare che il confronto aperto e leale (come potrebbe essere nel presente esperimento) è indispensabile ed arricchisce chiunque.

 

Le grafie delle figure che seguiranno sono state scritte da una stessa persona. Fermo che non si hanno dati sufficienti per esprimersi in modo certo (cfr. le figg.), l’esperimento consiste nel rinvenire gli elementi di identità (grafologica) che rendano possibile asserire che i tre esempi appartengano ad una stessa mano, in termini di possibilità o di probabilità.

 

Immaginiamo che il quesito peritale sia il seguente:

Dica il perito se si hanno elementi sufficienti per comparare tra loro i tre frammenti di scrittura indicati con fig. 1, fig. 2 e fig. 3. Nel caso, dica anche se sia possibile, oppure probabile o certo che i tre appartengano ad una o più mano”.

 

Per rendere più agevole il lavoro e per “standardizzarlo”, propongo la seguente scaletta:

1)        Precisazione della metodologia grafologica di riferimento (ovviamente è sufficiente scrivere: scuola morettiana, scuola francese o altro. Tale precisazione è indispensabile ai fini di puntualizzare la natura del lessico grafologico utilizzato nei vari elaborati e la coerenza metodologica);

2)        Breve giudizio sul primo quesito (del tipo: si hanno elementi sufficienti, non si hanno elementi sufficienti. Resta inteso che in ogni caso l’esperimento dovrà proseguire con la trattazione dei punti successivi. Ad esempio:” la comparazione tra le figg. 1 e 2 non offre alcun elemento utile ai confronti, a ribadire che nel presente caso non è possibile esprimere alcun parere”, ecc.. );

 

3)        Confronto 1) – 2). Commento critico delle identità (grafologiche) e delle eventuali differenze;

 

4)        Confronto 1)- 3). Commento critico delle identità (grafologiche) e delle eventuali differenze;

 

5)        Confronto 2) – 3). Commento critico delle identità (grafologiche) e delle eventuali differenze;

 

6)        Confronto complessivo, riepilogo;

 

7)        Giudizio relativo al secondo quesito (possibilità – probabilità).

 

 

 

 

 

Al termine si potrebbero proporre:

 

1)        Riunione riepilogativa e di bilancio (in video conferenza);

2)        Stesura di un lavoro riepilogativo e di indirizzo, firmato da tutti i partecipanti.

Naturalmente mi auguro che accogliate con favore la presente provocazione (ovviamente, in seguito anche altri potrebbero proporle.

 

Ps. Ho scelto tre esempi che dal punto di vista delle comparazioni formali hanno poco in comune: ovviamente perseguo lo scopo che dovrebbe essere facilmente intuibile. Voglio anche dimostrare che possono sottoporsi al presente esperimento anche coloro che non hanno una competenza peritale: sarebbe il trionfo della grafologia, non vi pare?

 

 

Angelo Vigliotti
Scritto da Angelo Vigliotti