Helga Deen

Helga Deen, giovane ebrea olandese di madre tedesca, nata a Stettino il 6 aprile 1925 e vissuta a Tilburg, fu uccisa con i genitori e il fratello nel campo di sterminio di Sobibór il 16 luglio 1943.Aveva 18 anni e un amore con un ragazzo Kees van den Berg., a cui  inviò il suo diario e che Kees tenne e conservò gelosamente per tutta la vita fino alla morte avvenuta nel 2004, come una reliquia. Suo figlio Conrad  lo ha fatto avere all’archivio storico di Tilburg, scrivendo queste semplici parole: “ ecco il materiale che mio padre mi ha lasciato in eredità”.  Il diario  è stato pubblicato con il titolo  di Kamp Vught, dal nome della località in cui si trovava il campo di raccolta. La morte nella camera a gas  dividerà per sempre i due sulla terra ma non nel cielo del sentimento. Un vero amore è sempre “per sempre” indipendentemente dalle vicende esistenziali. Helga era una ragazza determinata a non rinunciare alla vita, a trasformare il sogno in un desiderio e il desiderio in un obiettivo da realizzare su questa vita. Posso dire sinceramente che  nonostante la sua morte  avvenuta  tragicamente,   il suo sogno è realtà. Helga ha saputo scrivere nel suo diario sensazioni e sentimenti, ha visto e provato umiliazioni e orrori, ha sentito la bestialità dell’essere umano quando in esso è annullato l’energia cosmica, il sapore dell’infinito, la consapevolezza che siamo tutti fratelli in questo cammino sulla terra e che i sentimenti profondi che devono accompagnarci sono il rispetto per gli altri, la compassione, la gratitudine, l’amore.


Il campo di concentramento di Sobibòr
Sobibór uno dei tre campi di sterminio nazisti costruiti nell’ambito dell’Operazione Reinhard (gli altri furono quelli di Treblinka e Bełżec). Circa 300.000 persone vennero uccise a Sobibór: 207.000 provenienti dalla Polonia, 31.000 dalla Cecoslovacchia, 10.000 dalla Germania e dall’Austria, 4.000 dalla Francia, 14.000 dalla Lituania e 34.313 dall’Olanda. Il campo era circondato da filo spinato per tutta la sua estensione ed era diviso in tre aree separate l’una dall’altra da altro filo spinato. Vi era un’area amministrativa, un’area di accoglienza ed un’area di sterminio ( CAMPO III).Si arrivava al Campo III dal Campo II percorrendo il cosiddetto “Tubo” un sentiero largo circa 3 metri e lungo 150. I prigionieri, una volta denudati, venivano costretti a percorrere il “Tubo” e a giungere sino alle camere a gas. Una piccola costruzione di 16 metri quadrati che poteva contenere circa 180 persone era stata attrezzata per il gassaggio. Alla fine del 1942 una squadra apposita venne incaricata di eliminare le tracce dello sterminio riesumando i corpi e bruciandoli. In genere queste squadre di lavoro non sopravvivevano che pochi mesi venendo rimpiazzate da nuovi arrivati. (Fonte:www.olokaustos.org). I comandanti del campo  tra il ’42 e il ’43 furono  SS-Hauptsturmführer Franz Stangl (aprile 1942 – settembre 1942) e  SS-Hauptsturmführer Franz Reichleitner (settembre 1942 – ottobre 1943).

Franz Stangl ebbe un importante ruolo nella creazione di Sobibor e poi fu comandante di Treblinka. Sua moglie ebbe il permesso di andare a trovarlo a Sobibor, ma restò profondamente turbata, allorché imparò che il marito lavorava in un centro di sterminio. La donna, tuttavia, accettò con estrema facilità la giustificazione del marito e lo assolse in fretta quando lui (mentendo) le disse che svolgeva solo un lavoro amministrativo. La donna non indagò, non mise il marito alle strette né lo obbligò a disobbedire o a chiedere un trasferimento: le bastò convincersi che il suo Franz si trovava ad una distanza di sicurezza, cioè non era un assassino nel senso più brutale e tradizionale del termine. La testimonianza fu rilasciata a Gitta Sereny, in Brasile, nel 1971. ( fonte: http://www.assemblea.emr.it/ ).
Sobibòr fu progettato specificatamente per lo sterminio degli ebrei. Le vittime venivano trasportate in carri bestiame e gasati quasi immediatamente.     Questo campo di sterminio è  l’esempio più vivido della “Soluzione Finale” progettata dai nazisti. L’archeologo  Yoram Haimi, dopo 5 anni di lavoro, è stato in grado di individuare e definire l’area del campo riportando alla luce migliaia di oggetti, , frammenti di ossa e ceneri e  ha recuperato gioielli, chiavi e monete che hanno contribuito a identificare alcune delle vittime senza nome di Sobibor. Ciò  che fa veramente orrore è stato  il ritrovamento di una medaglia appartenuta a una bambina di 6 anni:  Lea Judith de la Penha, una ragazzina olandese ebrea , la cui morte in quel campo è stata poi confermata dal memoriale di Yad Vashem di Israele.  I nazisti non avevano pietà di fronte a nulla. Erano dei criminali puri.

Alcune frasi di Helga
 “ vedo la libertà dietro il filo spinato”;  “ se la mia forza di volontà muore, allora ,muoi anche io”; sono in una baracca e se guardo  fuori dalla finestra vedo betulle, abeti e il cielo azzurro con nuvole bianche”; sono distrutta ma voglio andare avanti”; “non ho più paura l’impossibile è diventato possibile”.

 

Cara Helga,
i tuoi sentimenti sono infiniti, le tue emozioni arrivano al cuore, il tuo grido disperato è qui, ora, in questo momento, vivo e presente. Non posso dimenticarti e non dimenticherò ciò che hai vissuto e le tue parole, le tue lettere d’amore rimangono in eterno. Non sarai annullata e chi dimenticherà il tuo martirio e la tua storia vuol dire che accetta passivamente la violenza e la brutalità, vuol dire che chiude gli occhi per non essere un operatore di giustizia, vuol dire  che lascia spazio libero al crimine.  Mi chiedo perché si arriva a questo. Non riesco ancora a capire fino in fondo perché l’uomo è così malvagio, perché  è così indifferente e perché si comporta con apatia di fronte a realtà storiche  che lasciano sgomenti. Cara Helga ciò che hai scritto è veramente una sfida, una sfida all’oblio che vuole avanzare, al nulla delle controinformazione che vuole emerge negando l’olocausto. L’amore e la passione che hai avuto per la   vita,  spero che per te siano state  un attimo di gioia di fronte  all’assurdità del male.

Ricordo ancora le parole di Helga all’inizio del suo diario di prigioniera in un campo di sterminio, incredibilmente poetiche, belle non solo  da commuovere ma da portare a una riflessione profonda sul vissuto adolescenziale, sul diritto di vivere, sui sentimenti intensi che possono animare un’anima pura intrisi nella malinconia del futuro:  “ieri  sera quando mi sono addormentata ero pervasa, avvinta dalla bellezza. Gli abeti in lontananza erano così scuri contro un cielo color succo di ribes, su cui lentamente e misteriosamente si distendeva un viola intenso”.(  fonte :  Helga Deen non dimenticarmi. diario dal lager di una adolescenza perduta- Rizzoli ed.)

Angelo Vigliotti
Scritto da Angelo Vigliotti