Il bambino timido

da: Philip G. Zimbardo, Shirley L. Radl

 

 

La timidezza — un atteggiamento che porta a essere estremamente preoccupati della valutazione sociale che gli altri possono dare di noi, con la conseguente tendenza a evitare ogni persona o situazione che in qualche modo possa implicare una critica — è una condizione generalmente sottovalutata, così come le sue conseguenze. La timidezza, infatti, rende difficile incontrare persone nuove o gustare esperienze potenzialmente positive, impedisce di difendere efficacemente i propri diritti e di esprimere le proprie opinioni davanti ad altre persone, ostacola la lucidità di pensiero e la comunicazione, è accompagnata da stati d’animo negativi come la depressione, l’ansia, la scarsa autostima e il senso di solitudine. In questi e in molti altri modi, la timidezza limita pesantemente lo sviluppo delle potenzialità personali e danneggia gravemente la qualità della vita. Sulla scorta di studi condotti in tutto il mondo e di una vastissima esperienza clinica, gli autori ( nel loro libro “il bambino timido” pubblicato da Erckson ed. con il sottotitolo ” comprendere e aiutare a superare le difficoltà personali”)  esaminano le cause, le dinamiche e le manifestazioni della timidezza, e presentano un programma per prevenirla o superarla promuovendo la sicurezza di sé, insegnando le abilità per gestire le emozioni e le situazioni sociali, e migliorando l’autostima.

Timidezza e socializzazione
da: http://www.edscuola.it ( Giusy Rao)

Potrebbe la timidezza ripercuotersi sulla vita sociale del bambino? Qual è la linea di demarcazione fra un atteggiamento timido e un comportamento troppo remissivo?
La timidezza si sviluppa sulla base delle relazioni che il bambino instaura col mondo esterno, quindi è da considerarsi un atteggiamento che si acquisisce in base agli stimoli provenienti dall’esterno.
Secondo il punto di vista di numerosi esperti, la timidezza non può essere considerata una patologia psicologica da eliminare, né un difetto da correggere. Presumibilmente, le questioni maggiori della timidezza infantile sono proprio quelli legati all’approvazione o al rigetto di questo modo di essere (da parte di genitori, insegnanti, amici) del bambino stesso. È quasi un istinto naturale quello che un genitore tenda a spingere il figlio che ha “paura degli altri” verso di loro. Trattasi di un atteggiamento “naturale”, quasi comprensibile ma che molti esperti considerano sbagliato e per nulla proficuo.
“Anche con i più piccoli è necessario evitare atteggiamenti che possono aumentare la loro difficoltà a rapportarsi con gli altri. Genitori sempre critici e rimproveri continui a lungo andare rovinano completamente l’autostima del bambino e lo rendono insicuro, ingigantendo la sua timidezza”. In una situazione del genere, l’adulto dovrà evitare di mostrare eccessiva ansia, disappunto o  disinteresse e derisione nei confronti del piccolo; la timidezza, infatti può diventare paralizzante se quest’ultimo si sente umiliato o rifiutato.
Il più delle volte, la timidezza ha un suo background di base: spesso il bambino timido è cresciuto con una mamma timida che, in maniera del tutto involontaria, può avergli comunicato e così trasferito le sue ansie e le sue paure circa gli eventi della vita.
Sin dai primi approcci madre-figlio, nascono i presupposti della vita emotiva del piccolo, lo si veda ad esempio dalla reciprocità degli sguardi.
Solitamente il genitore è teso a garantire al figlio il pieno soddisfacimento dei bisogni fisici i quali assumono una posizione di rilievo rispetto alle componenti psicoemotive e spirituali, merita invece, di essere opportunamente sottolineata l’importanza di questi ultimi due aspetti in quanto essi contribuiscono a garantire al soggetto un ottimo adattamento alle situazioni sociali.
Durante lo sviluppo corporeo, è necessario che l’adulto osservi scrupolosamente il carattere del piccolo intervenendo per facilitare sia l’accrescimento fisico, sia l’espressione emotiva. In questa fase si dovrebbe rigorosamente evitare di programmare l’intera giornata del fanciullo, il quale deve essere posto in una situazione in cui sia possibile inseguire i suoi pensieri e fantasticare con la mente. Similmente al “counselor”[1] il genitore o l’insegnante che si trova ad interagire col fanciullo, deve porsi in una situazione di vicinanza, senza porre domande ma  cercando di far parlare il bambino, mediante l’ausilio del gioco o della fiaba.
Lentamente, l’adulto riuscirà ad accorgersi di eventuali problemi che il bambino non esprime e ad aiutarlo a comunicare tutto ciò che prova o sente.
Solitamente, i bambini timidi rivelano delle difficoltà ad esprimere sentimenti negativi, (paura, rabbia e odio), appare così fondamentale insegnare loro a gestire l’aggressività, a tirarla fuori, a dominare i propri istinti e le proprie emozioni.
 E’ fondamentale che il bambino venga aiutato  a capire il suo mondo interiore, ricco ed ilare, ma proprio per questo difficile da comprendere. Se la timidezza è motivata dalla paura degli altri, occorre stare vicini al bambino, facendogli attenzionare i lati piacevoli e divertenti delle persone in modo tale da debellare quel senso di soggezione emergente. Qualche problema maggiore può nascere quando ci si accorge che il ragazzino, crescendo, diventa sempre più timido e chiuso. “Più aumentano i suoi contatti con il mondo, più crescono i rossori e le paure”. Al fine di aiutarlo, gli adulti dovranno mostrare di apprezzare i suoi punti di forza e accettare, senza colpevolizzazioni, i suoi limiti. Così agendo, anche il ragazzino imparerà a non sentirsi inferiore o umiliato per la sua debolezza.
Giunti a questo impasse, l’adulto, dovrà spingere il piccolo a socializzare con gli altri bambini: mediante gli sport competitivi (se lo sport diventa una passione agonistica, tanto meglio, sarà un aiuto in più per sfogare tutte le emozioni) o di squadra il bambino può imparare a considerare gli aspetti positivi inerenti l’appartenenza ad un gruppo ed acquisire contemporaneamente il piacere di gestire meglio i suoi rapporti sociali. Indicato anche uno sport in cui il bambino possa confrontarsi direttamente con un altro, un avversario, come il tennis.
La suddetta esperienza va vissuta nell’ottica del divertimento e della socializzazione, poiché se venisse vissuta come imposizione, innesterebbe nel bambino un ulteriore senso di inadeguatezza che lo porterà a considerare se stesso come piccolo uomo inserito a forza nella dinamica sociale “poiché timido e quindi soggetto da curare”. La timidezza se non viene ben canalizzata, può generare nel bambino un atteggiamento fin troppo remissivo. Il bambino remissivo è spinto a non esprimere opinioni, a non reagire alle offese dei coetanei, ad accettare ogni situazione senza esprimere la sua volontà. Talvolta, il fatto di essere fin troppo accondiscendenti, è da imputare al carattere, altre volte il bambino non ha ancora appreso come negoziare la controversia, vale a dire non è ancora stabile in lui la capacità di far presenti al mondo esterno le sue aspettative e i suoi desideri. Non è da escludere il fatto che il clima familiare porta il bambino a reagire in questo modo. Non è raro infatti che, se c’è tensione in famiglia, il bambino si convinca che per “aggiustare” un po’ la situazione debba essere sempre buono  e quindi non creare altri problemi motivo per cui, si fa viva in lui l’idea che sia conveniente mantenere un atteggiamento remissivo che poi inevitabilmente verrà trasferito a tutti i rapporti sociali. L’adulto che si trova a far fronte a tale situazione di accondiscendenza estrema, dovrà seguire delle linee base che lo guideranno via via ad aiutare il piccolo ad acquisire maggiore sicurezza in sé.
Innanzitutto, l’adulto deve evitate di intervenire quando il piccolo si trovi a litigare con i coetanei. Anche se la prima reazione sarebbe quella di difendere il bambino questo comportamento potrebbe rivelarsi controproducente per due motivazioni: in primis il bambino potrebbe convincersi di non essere all’altezza nel saper fronteggiare da solo una situazione di lite e svilupperà conseguentemente un’idea di inadeguatezza del sé; in secondo luogo i coetanei (se prepotenti) troveranno nell’atteggiamento remissivo del bambino un’ulteriore occasione per poter infierire su di lui ed enfatizzare così un atteggiamento ancor più prepotente.
Così come Carl Rogers nel suo “Colloquio d’aiuto” si batteva per il rispetto dei tempi del soggetto, parimenti l’adulto dovrà considerare e rispettare i tempi di crescita del piccolo.[2]  È di prioritaria importanza mantenere un atteggiamento che valorizzi le capacità e che potenzi ed apprezzi le qualità del piccolo timido.
Qualora si verificasse un dissidio con qualche coetaneo, il bambino deve poter contare sulla comprensione dell’adulto: se alle difficoltà già incontrate si aggiungessero le critiche per un comportamento giudicato troppo remissivo il bambino rischierebbe di vivere un’esperienza di solitudine.[3] 
L’adulto dovrà inoltre aiutare il piccolo ad esternare le sue emozioni e le sue opinioni cercando di sottolineare quelle che sono le sue vere aspirazioni. Solo così agendo si potrà dare al bambino l’opportunità di diventare un essere sociale in grado di fronteggiare le diverse situazioni senza rischiare di tramutarsi in un capro espiatorio.

 
 
[1] Le definizioni date dal dizionario alla parola Counseling non sono di rilevante aiuto poiché tendono a enfatizzare il significato di consiglio e in qualche caso il Counselor (vale a dire il consulente) viene definito come un consigliere. Il termine Counsel deriva dal latino consilium che nel suo significato traslato significa consiglio, giudizio o consultazione. È perciò ovvio che il termine Counseling tradizionalmente si riferiva alla “pratica di dare consigli o di pronunciare giudizi”.
 
[2] Per maggiori informazioni Cfr. Rao Giusy, Riflessioni sull’utilità del Counseling, in “Qualeducazione”, trimestrale internazionale di Pedagogia, Anno XXII, n° 1-2, Fasc. n° 67, Ed. Luigi Pellegrini, (In corso stampa)
[3] Marini Franco, Mameli Cinzia, Il bullismo nelle scuole Ed. Carocci, 1999

Consigli per  aiutare il bambino
a cura del pediatra  Dott. Leo Venturelli
La timidezza è un atteggiamento del comportamento del bambino quando si relaziona con altre persone. Durante il periodo che va dall’anno e mezzo – due anni in poi, il vostro bambino comincia a cercare il rapporto con gli altri, ma è ancora molto concentrato su sé stesso e sui suoi bisogni per cui è normale che abbia più atteggiamenti possessivi e di gioco individuale che non desiderio di socializzazione.
Se guardate i bambini in un gruppo, per esempio quando sono alla scuola materna, ne troverete senz’altro parecchi timidi, che se ne stanno in disparte, che hanno bisogno di tempi lunghi per socializzare. Alcuni bambini poi sono a loro agio con gli adulti, ma sono timidi coi coetanei, altri sono timidi con tutti e solo in famiglia si sentono a loro agio. Fino a sei anni circa il 50% dei bambini soffre di situazioni di timidezza, che andrà progressivamente sparendo entro l’adolescenza.
In generale un bambino su cinque avrà timidezza anche da grande, per via del suo carattere, anche se nel tempo sarà in grado di controllarla. Davanti ad un bambino timido, voi genitori dovete perciò innanzitutto accettare questa sua situazione senza forzare le tappe del suo sviluppo psicologico; dovete però aiutarlo a superare certe situazioni di timidezza, facendogli vedere i lati positivi degli adulti e cercando di spingerlo a stare con i suoi coetanei infondendogli sentimenti di ottimismo.
Qualche consiglio per aiutare vostro figlio a superare la timidezza 
·    Accettatelo per quello che è
Non dovete paragonare il bambino agli adulti e pretendere che reagisca allo stare con gli altri come una persona grande: Non mettetelo in imbarazzo forzandolo, ma piuttosto pensate che questa situazione in genere è transitoria e verrà superata nel tempo. Fategli capire che gli volete comunque bene e non nutrite sentimenti di rimprovero per lui.
·    Non dite che è timido parlando in sua presenza
Se il piccolo sente voi genitori affermare in famiglia o peggio davanti ad altre persone che è timido, questo gli confermerà che il suo carattere è quello e soprattutto che voi avete questo giudizio su di lui. Il ripetergli che è timido rischia di rendere la sua timidezza continua, anche se non è innata. Per il bambino poi può diventare un comodo alibi sapere che è giudicato timido; può pensare: “sono timido, quindi non è necessario che cambi o mi sforzi di stare con gli altri”.
Evitate di fare confronti sui coetanei, mettendo in evidenza quelli spavaldi da quelli che si comportano da gregari e facendo paragoni con i suoi comportamenti quando è con gli altri. L’autostima che vostro figlio si costruisce giorno dopo giorno potrebbe diminuire se insistete a definirlo un timido.
·    Comprendete il suo disagio
“So che fai fatica a stare con gli altri, ma vedrai che non è poi così male, riuscirai a divertirti”. Non prendetelo in giro per le sue preoccupazioni o ansie: dategli tutte le rassicurazioni e l’aiuto che gli serve, non forzatelo a fare cose controvoglia, non correte a mettervi in mezzo, aspettate ad intervenire. Dategli la possibilità di tentare prima del fallimento.
·    Incoraggiatelo
Organizzate momenti di incontro tra il vostro bambino a altri suoi coetanei, aiutatelo a rompere il ghiaccio, quando è necessario, senza forzature. Cercate amichetti più piccoli, in modo da evitare confronti immediati con bambini vissuti come molto più grandi da vostro figlio. Al di là dell’età, cercate compagni di gioco calmi e non aggressivi. Partite col fargli fare amicizia con un solo bambino, poi con calma, con due o più coetanei, quando si capisce che è in grado di stare in compagnia.
Cercate dunque con tatto di costruire una rete di amichetti idonei al carattere del bambino. Suggeritegli qualche piccolo accorgimento per i momenti di tensione e di ansia: “respira lentamente”, oppure, “pensa a qualcosa di piacevole” .
·    Proponetegli dei giochi sui ruoli
Provate a fargli imitare una situazione reale tramite i suoi peluche o le sue bambole, per esempio una partita dove un orsacchiotto appena arrivato se ne sta ai bordi del campo, vorrebbe giocare, ma nessuno lo invita. Chiedete al vostro bambino che cosa direbbe se fosse un giocatore per introdurre nella partita l’estraneo e quali ragioni metterebbe in bocca all’orsacchiotto per farlo partecipare al gioco collettivo. In un’occasione reale, la simulazione messa in atto in un momento precedente potrebbe aiutare il bambino a ripetere le stesse cose pensate nel gioco.
·    Preparatelo alle situazioni Certi bambini sono molto sensibili ai cambiamenti, specie alle novità: la situazione più classica è l’inserimento alla scuola materna o al nido: uno dei due genitori dovrebbe passare i primi minuti col bambino per spiegargli cosa succede nel nuovo posto e per fargli conoscere le maestre, i compagni, gli ambienti. È utile ripetergli i nomi delle insegnanti, degli amici di gioco; il bambino potrebbe essere accompagnato alla scuola qualche minuto prima dell’inizio ufficiale delle attività per prendere confidenza con l’ambiente ancora semideserto o per iniziare a giocare con pochi amici senza ufficialità.
Bisogna però stare attenti a non esagerare nelle preparazioni per non cadere nel rischio opposto di sopravalutare la situazione e di provocare inquietudine invece che tranquillità. Se c’è una festa cui partecipare, per esempio un compleanno, è bene arrivare tra i primi e non tra gli ultimi quando tutti stanno già divertendosi ed è quindi più difficile inserirsi nei giochi. Se per caso arrivaste comunque tardi, sarebbe utile spiegare al bambino cosa farete: “adesso entreremo, ti toglierò il cappotto, metteremo il regalo insieme con gli altri e ti porterò dove tutti stanno giocando”.
·    Dategli sicurezza con un suo oggetto preferito
Come succede per gli adulti, che possono sentirsi più tranquilli arrivando ad una festa con qualcosa in mano, una borsa, una bibita, un bicchiere, così anche vostro figlio può sentirsi più protetto se si porta dietro un suo giocattolo preferito o una bambola o un peluche: siccome l’oggetto gli appartiene, gli darà un senso di sicurezza. In ogni caso è meglio aiutare il bambino a scegliere una cosa che possa essere poi eventualmente prestata agli altri amichetti.
·    Aiutatelo se ne vedete la necessità
Se vedete vostro figlio in difficoltà perché guarda gli altri bambini che giocano e vorrebbe unirsi al gruppo ma non sa come fare per inserirsi, dategli qualche suggerimento, senza spingerlo forzatamente: “perché non vai là e fai vedere a quelle bambine la tua bambola nuova?”.
Oppure chiedetegli se vuole un aiuto per essere accompagnato in mezzo al gruppo di bambini. Se non c’è rifiuto, accompagnatelo per mano, facendo voi le presentazioni: “questo è Mario, potete farlo giocare con voi, è appena arrivato, vi vorrebbe conoscere, come vi chiamate?” State col bambino il meno possibile, quanto basta per capire che si è ambientato e può rimanere solo con gli altri.
Quando preoccuparsi?
·    Se vostro figlio ha già superato i 3-4 anni e continua a rifiutarsi di giocare con gli altri, vuole sempre una persona adulta familiare nel giocare o nel partecipare a feste o compleanni e non se ne stacca, piange invariabilmente tutte le mattine quando deve recarsi alla scuola, discutetene col vostro pediatra. Potrebbe essere necessario fare qualche colloquio con uno psicologo per trovare il sistema più opportuno per far fronte all’estrema timidezza del bambino o per valutare altri problemi di relazione presenti o nascosti.
 
Suggerimenti per i genitori

A cura della Dott.ssa Francesca Saccà  http://psicologoinfamiglia.myblog.it
·    Molti pensano che nei bambini l’introversione sia una caratteristica negativa al contrario di altre caratteristiche giudicate positivamente come la socievolezza, l’estroversione, la loquacità. Lo stereotipo sociale infatti identifica il bambino più estroverso come un soggetto forte e vincente, mentre il bambino più introverso, timido e ritirato come un soggetto debole, oggetto di possibili azioni offensive. La timidezza in realtà è
·    un tratto della personalità che va accettato come tale, non come un difetto. E’ assolutamente normale che i bambini siano timidi, essere piccoli significa proprio aver paura di ciò che è estraneo ed è assolutamente naturale che il bambino piccolo si senta sicuro solo con le sue figure di riferimento costanti e mostri un iniziale diffidenza verso l’estraneo per capire se fidarsi di lui o no.
·    Il modo in cui un bambino percepisce la sua timidezza dipende dai genitori: se questi accettano la sua personalità e non considerano la timidezza come un difetto, il piccolo si sentirà a suo agio e sentirà di non aver nulla di meno rispetto agli altri bambini, se invece i genitori provano a cambiarlo o lo giudicano negativamente, il bimbo potrà avere delle difficoltà.
·    E’ bene imparare a non considerare la timidezza un problema, per lo meno nei primi anni di vita. È solo a partire dai cinque-sei anni, infatti, che certi atteggiamenti di chiusura nei confronti degli altri potrebbero segnalare un disturbo del comportamento.
·    Dunque cosa possono fare i genitori dei bambini timidi?
·    – Evitare di “etichettare” il bambino: se il bambino sente continuamente affermare dai genitori che è timido, questo gli confermerà che il suo carattere è quello e soprattutto i genitori lo stanno giudicando. Si dovrà poi evitare di fare confronti tra il figlio e gli altri bambini poiché questo potrebbe portare il piccolo ad un ritiro sociale più marcato. E’ bene invece rassicuralo sempre sul suo valore!
·    – I genitori possono e devono parlare con il figlio delle situazioni che possono mettergli ansia: affrontare dunque argomenti come l’entrata a scuola, la frequentazione di un gruppo, ecc., o anche simulare in maniera pratica le situazioni di disagio: “Incontri il tuo amico Luca a nuoto, come lo saluti?”, far esercitare il piccolo può essere molto utile.
·    – E’ bene poi rispettare quella che è la natura dei bambini ed i loro tempi: ciò vuol dire stare attenti a non voler anticipare la capacità di socializzazione dei figli prima che questi si sentano pronti. Questo atteggiamento rafforzerà la fiducia che il bambino ha nei suoi genitori.
·    – Non sottovalutare mai le preoccupazioni del figlio e le sue paure: piuttosto è fondamentale rassicurarlo, cercando di fargli comprendere che non si deve spaventare nell’affrontare un compito o una situazione nuova, non deve temere di perdere qualcosa a cui tiene, né soprattutto pensare che dall’esito della prova dipenda il suo valore come persona.
Approfondimenti
Dott.ssa Isabella Ricci
Psicologa (http://www.pianetamamma.it/ )
Molti genitori e molti educatori sembrano preoccuparsi quando notano nel carattere di un bambino una certa timidezza, una riluttanza a lasciarsi coinvolgere nelle attività di gioco,  a socializzare con gli altri bambini. L’introversione viene quasi sempre stigmatizzata dal senso comune come un tratto di personalità poco adattivo: infatti, ad essere considerate in una luce positiva e favorevole all’adattamento sembrerebbero altre caratteristiche, come l’apertura all’esperienza, la socievolezza, l’estroversione, la loquacità, l’energia.  In realtà il continuum introversione-estroversione non indica una progressione da una disposizione caratteriale negativa verso una positiva, in quanto le due polarità non sono sinonimo di maggiore o minore adattamento, ma semplicemente due modi diversi di essere, che in ogni caso non sono quasi mai assoluti, e che dipendono in gran parte dal temperamento, cioè dal substrato biologico della personalità. Questo concetto fa riferimento al livello ottimale di attivazione che un organismo tende naturalmente a raggiungere e a mantenere.
In questo senso le persone che già possiedono un elevato livello di eccitazione interna ricercherebbero in misura minore stimolazioni esterne ed avrebbero un carattere più tranquillo e solitario. Al contrario, individui con un minore livello di attivazione interna sarebbero propensi a cercare nel mondo esterno sensazioni forti e stimoli continui. Questa disposizione renderebbe il loro carattere più estroverso. In realtà le spiegazioni biologiche delle caratteristiche di personalità non sono esaustive, perchè accomunano l’individuo ad un ente sempre uguale a se stesso, appunto “per carattere”, mentre la persona, pur avendo delle caratteristiche stabili, è continuamente aperta alla possibilità di cambiamento, in relazione alle esperienze di vita, ai contesti di sviluppo e alle relazioni con le figure significative, non solo in infanzia, ma lungo tutto l’arco di vita.
Iniziamo quindi a considerare l’introversione semplicemente come una caratteristica della personalità che non va connotata negativamente, come un indice di chiusura e di ripiegamento nei confronti del mondo esterno. Non dimentichiamoci che le persone introverse sono spesso quelle più sensibili e che tra queste personalità si annoverano moltissimi artisti, scrittori, musicisti.
Il problema non sembra dunque riguardare la salute mentale dell’individuo, nel senso che un carattere più timido e tranquillo non deve per forza far pensare all’anormalità o alla patologia.
Tuttavia molto spesso questa diversità viene colta dai compagni di gioco ed il bambino rischia di essere isolato o in occasione dell’inserimento scolastico di diventare vittima di episodi di bullismo Con questo termine si fa riferimento al mobbing infantile, cioè a una serie di comportamenti di prevaricazione attuati da uno o più individui a danno di una vittima designata. La scuola è il principale contesto in cui questo fenomeno si manifesta, ma non l’unico. Ancora una volta è lo stereotipo sociale che identifica il bambino più estroverso come un soggetto forte e vincente, mentre il bambino più introverso, timido e ritirato come un soggetto debole, una vittima su cui attuare azioni offensive.
In presenza di un bambino timido e più ritirato è inutile essere intrusivi e cercare di renderlo come tutti gli altri bambini. Spetta a chi interagisce con lui, genitore o educatrice, mitigare gradualmente certe caratteristiche del bambino, nel rispetto del suo carattere, cercando di catturare il suo interesse e di coinvolgerlo nelle attività di gioco senza forzare i suoi tempi e i suoi modi
Capire i bambini
vari tipi di comportamento e di carattere

Dott.ssa Maria Galantucci (http://www.psicologi-italia.it )

 

Si corre il rischio di “classificare” il bambino assegnandogli un’etichetta basata su impressioni e giudizi che spesso non corrispondono alla sua vera indole, ma si limitano a coglierne gli aspetti più esteriori, di superficie. Invece di stigmatizzare il carattere del bambino con giudizi che rischiano di immobilizzarlo in uno stereotipo, è importante capire che cosa lo spinge a comportarsi in modo negativo per se stesso, prima ancora che con gli altri.

Il bambino timido: la timidezza è un sentimento universale che tutti conosciamo e che nasce da un senso di inferiorità che ognuno di noi ha provato da piccolo nei confronti degli adulti. La timidezza nasce da un temperamento iperemotivo che lo rende estremamente sensibile agli stimoli esterni. Se a questa vulnerabilità emotiva si aggiungono influssi ambientali negativi, è probabile che il bambino tenda a chiudersi nel suo guscio, sforzandosi di esercitare il massimo controllo sulle emozioni che avverte come un pericolo. La timidezza diventa così una copertura, un meccanismo di difesa che induce il bambino ad evitare le situazioni che possono mettere a nudo la sua fragilità emotiva ed esporlo cosi al giudizio degli altri. E’ un bambino che ha bisogno di essere rassicurato e rafforzato nella sua autostima, mettendo in rilievo le sue qualità e nello stesso tempo accettando i suoi limiti. La paura di fare brutta figura, di rischiare un insuccesso, un rifiuto, un’umiliazione può emergere in molte occasioni. Non è facile per un bambino timido non solo rompere il ghiaccio e fare amicizia, ma anche unirsi ad un’attività di gruppo con altri bambini. Per lo più preferisce stare a guardare.

Il bambino aggressivo: la sua aggressività traspare anche dai gesti, dal tono della voce, dal modo di guardare, di afferrare le cose, di camminare, di mangiare. Perfino nelle manifestazioni di affetto, c’ è spesso quel “qualcosa in più”, in cui si avverte una energia eccessiva, che potrebbe trasformare la tenerezza nel suo contrario. Per poter incanalare le tendenze aggressive, sempre presenti in ogni bambino, bisogna prima di tutto aiutarlo a riconoscere dentro di sé. E dare un nome, un significalo alle azioni che provocano, trasformandole da semplici impulsi in emozioni, sentimenti, intenzioni. Il passaggio dalla “messa in atto” dell’aggressività alla sua trasformazione in pensiero consente al bambino di accettarla come parte di sé, del suo mondo interiore e di controllarla meglio, come tutto ciò che si conosce. E quindi fa meno paura. Questa elaborazione mentale avviene in parte spontaneamente attraverso il gioco e il sogno, che permettono al bambino di rappresentare in modo simbolico i suoi impulsi più conflittuali, come la violenza distruttiva e le paure che ne derivano. E’ proprio quando il bambino è travolto dalla collera che è importante mantenere la calma, in modo da contenere la sua aggressività: si rende conto così che l’impulso che prova non è tanto terribile e distruttivo da annientare il buon rapporto che ci lega. Quando la tempesta è finita, è il momento di parlargli, non per fare delle prediche, che non ascolterebbe, se è di carattere molto impulsivo ed estroverso, ma per porgli delle domande che lo inducano a riflettere. Trasformare gli impulsi e le azioni in parole è già un primo passo per dare un nome e un significato a questi sfoghi incontrollati. Sara più facile riconoscerli. Non importa se non sempre il bambino ci riesce: almeno “sa” che cosa prova, e perché. E questa consapevolezza è già una grande conquista che apre la strada ad un maggior equilibrio nel rapporto con se stessi e con gli altri. Il bambino predisposto agli scoppi di rabbia è pieno di energie, di impulsi al movimento che la vita normale non permette di esprimere pienamente. Una valvola di sfogo è costituita dal gioco all’ aria aperta, dalle corse i salti, gli arrampicamenti.

Il bambino oppositivo: sa che cosa non vuole. Qualsiasi cosa gli si dica, gli si chieda , gli si proponga la sua prima risposta è sempre no. Anche la tendenza più o meno accentuata all’opposizione dipende non tanto dalla “qua!ità” di questa caratteristica, ma dalla quantità che diventa eccessiva quando il bambino si comporta come se non potesse fare a meno di dire sempre “no”. E non solo quando si tratta di ubbidire a qualcosa che “non gli va”. Di solito si cerca di insistere, di convincere il bambino, col risultato di aumentare la sua ostinazione Naturalmente ci sono anche bambini che non limitano la loro opposizione agli scontri verbali, ai contrasti di idee e di intenzioni. Ma disubbidiscono in modo determinato, freddo e soprattutto palese, senza timore di punizioni e sgridate. Da bambini come da adulti, il “no” è il modo più rapido e diretto per erigere una barriera fra sé e gli altri, per stabilire una differenza e mantenere una distanza. Ma il bambino oppositivo lo usa anche per proteggere il suo mondo interiore dalle incursioni altrui, che avverte come un pericolo anche quando non si scontrano col suo modo di sentire e di pensare. Il negativismo serve più per difendersi che per attaccare frontalmente gli altri, come fa il bambino collerico. Anche se il “bastian contrario” sembra un “duro”, e fa di tutto per sembrarlo in realtà si tratta spesso di un bambino ipersensibile, che reagisce con particolare intensità agli stimoli esterni. Opponendosi assume un ruolo di “bambino cattivo” e se lo fa in modo aperto, provocatorio è perché non solo non teme le punizioni, ma se le aspetta. Anzi inconsciamente le richiede. Sono la risposta più coerente al suo gioco di sfida e di ribellione.

Il bambino pigro: un po’ svagato, sognatore, sempre assorto nei suoi pensieri e nelle sue fantasie, sembra che la sua vita scorra al rallentatore. Un po’ apatico poco emotivo, difficile da coinvolgere. Alla base di questi comportamene c’è quasi sempre un tipo di temperamento “lento”, poco reattivo, che il bambino manifesta fin dalla nascita mostrandosi meno sensibile di altri agli stimoli esterni e meno rapido nelle reazioni. Poiché percepisce in modo attutito tutti gli stimoli, è raro che pianga o urli se si fa male, ma anche che si entusiasmi per un giocattolo nuovo. Anche crescendo è sempre tranquillo, cosi “buono”, così poco esigente che spesso si finisce per lasciarlo in disparte. A differenza dei bambini timidi, aggressivi od oppositivi, non crea quasi mai dei problemi. All’asilo preferisce starsene in disparte e giocare da solo, piuttosto che unirsi ai compagni e “socializzare”: non per timidezza, ma perche preferisce rimanere tranquillo nel suo piccolo mondo, piuttosto che uscire allo scoperto.

I falsi pigri si rifugiano nell’inerzia, nella pigrizia, trasformandola in una forma di opposizione passiva, un modo per esprimere la loro ribellione e l’ostilità. La lentezza può derivare anche da un senso di insicurezza, di scarsa fiducia nelle proprie capacità. Possono apparire lenti, pigri, poco intraprendenti, privi di iniziativa e di interessi anche molti bambini che sono invece dei grandi sognatori, così impegnati a “lavorare di fantasia”, a seguire le loro idee, la loro immaginazione. Probabilmente hanno un temperamento introverso, che li rende inclini a pensare piuttosto che ad agire. Ma se si rifugiano troppo spesso nei loro sogni, è perché la realtà è cosi poco invitante, spesso scoraggiante, che preferiscono evitarla. Appena si sentono più amati e più incoraggiati, anche i piccoli sognatori cronici smettono di vivere continuamente sulle nuvole. Scendono in mezzo agli altri, senza rinunciare alla loro fantasia, ma utilizzandola in modo meno vago, più costruttivo e reale. Tocca a noi quindi avvicinarlo e proporgli di fare qualcosa che gli piaccia, conducendolo piano piano dall’inerzia all’attività. Naturalmente intervenire non significa affiancarlo in ogni attività sostituendosi a lui, ma sospingerlo inizialmente e poi lasciarlo andare, sollecitando il suo spirito di iniziativa. A poco a poco scoprirà di essere lui a “condurre il gioco”.

LA RELAZIONE TRA COETANEI

L’AMICIZIA – La molla che fa scattare l’amicizia non è mai casuale, la scelta di un amico corrisponde sempre a bisogni molto profondi del bambino, che spesso sono di “compensazione”. Più che la somiglianza prevale ora l’attrazione tra opposti: le mancanze di uno vengono compensate dall’altro e viceversa. Non è strano che un bambino un po’ timido, delicato, sensibile diventi amico di quello più estroverso deciso, combattivo: se l’uno si sente più protetto, meno difeso nei giochi di gruppo, l’altro ha modo di dare prova della sua “forza”, in senso positivo, non solo aggredendo, ma anche difendendo il più debole.

LA COMPETIZIONE – I bambini verificano le proprie capacità e le confrontano con un altro bambino. C’è competitività nell’amicizia ma si tratta di un confronto “ad armi pari”, che consente una prima verifica reale dei propri punti di forza e dei propri limiti. Il bambino si abitua a puntare sulle sue risorse, ad accentuarle, equilibrando i suoi punti deboli. C’è chi ha un atteggiamento da leader e chi si sente un gregario o un “seguace”; chi ha continuamente delle idee, e chi le elabora, le rende realizzabili.

I BAMBINI TROPPO SOLI I bambini che si sentono più esposti al rifiuto sono spesso quelli che ne hanno paura. Oggi si da una tale enfasi al “bisogno di socializzare” dei bambini che si rischia davvero di trasformarlo in un problema, anche quando non lo è affatto. Si dimentica che ci sono bambini che pur non avendo alcuna difficoltà a stare con gli altri e a fare amicizia hanno bisogno di ritagliarsi degli spazi di solitudine, fra un’immersione e l’altra nei giochi di gruppo e nei riti sociali. Di solito si tratta dì bambini sensibili e ricchi di immaginazione, ai quali piace ogni tanto fare una pausa: uscire dal gruppo e crearsi una propria nicchia, ritirarsi in un angolino lontano dal chiasso e dalla confusione, per inseguire le proprie fantasie e i propri sogni, magari con un giocattolo portato da casa. Naturalmente è diverso il caso dei bambini che hanno una costante tendenza depressiva: allora anche l’isolamento, la solitudine non rappresentano più una pausa salutare e un piacere, ma un sintomo.

GIOCHI DI GRUPPO – A 4/5 anni il bambino conosce perfettamente la differenza fra due tipi di gioco, “per giocare” e “per vincere”: sa che l’unica vera regola del primo è il piacere, l’invenzione, il puro divertimento, come nel gioco da solo, che ora però si allarga ai suoi compagni. E sa anche che invece i giochi basati sulle regole insite in ogni gara, creano una maggior eccitazione. E anche una certa tensione altrimenti, come si fa a vincere? Per questo è importante che gli adulti, gli insegnanti/educatori, non intervengano nei loro giochi, ma mantengano un ruolo da ”spettatore”, e a volte, se necessario, da “moderatore”, senza partecipare , né dettare le regole. Certo gli si possono dare delle idee e indicare i modi per realizzarle, ma i giochi più belli sono loro a inventarseli, seguendo un’aspirazione che li accomuna.

 
La timidezza non è una malattia    
 
di Mariapaola Ramaglia – educatrice     
 (http://www.mammeacrobate.com )

Il problema è che viviamo in una società che esalta valori che spesso valori non sono e che si basa molto sull’apparenza ed è per questo che chi è più riflessivo, sensibile, riservato, rispettoso e tranquillo viene talvolta considerato in modo negativo, trovandosi ad essere penalizzato a causa del proprio modo di essere. Ci sono genitori che quasi si vergognano di avere un bambino non molto socievole e che non ama mettersi in mostra, facendo sembrare la timidezza quasi un errore o un difetto. È fondamentale, invece, che il bambino timido non si senta mai giudicato, che non si senta in colpa né si vergogni per ciò che prova. Deve sentirsi amato e apprezzato per come è, sapere che i suoi genitori lo considerano speciale e non pensano che abbia “qualcosa che non va”. Bisogna stargli vicino, con discrezione e amore, senza forzare in lui comportamenti che non gli sono naturali, né minimizzare i suoi timori, ma agevolando in lui lo sviluppo dell’autonomia e dell’autostima, rispettando sempre la sua indole e i suoi tempi.
 A volte, l’atteggiamento del timido può essere scambiato per presunzione o distacco e destare antipatie, ma potrebbe anche trattarsi solo di difficoltà a “rompere il ghiaccio” e – dopo che il bambino si sente “accettato”- allora potrebbe non avere problemi a relazionarsi con gli altri, dimostrandosi simpatico e perfino espansivo.
È importante considerare, ad ogni modo, che una situazione può essere vissuta dal bambino in modo diverso rispetto a quanto viene percepito dall’adulto. Magari il bambino vive serenamente il suo modo di essere, preferisce avere pochi amici fidati e non grandi comitive. Il dialogo, dunque, è fondamentale per capire quali sono le reali difficoltà percepite e poterlo davvero aiutare, anche perché già solo l’esternare e condividere un problema è un buon inizio per risolverlo. La situazione è un po’ più complicata, però, quando anche il genitore di un bambino timido è stato o è ancora timido. In tal caso l’adulto rivive le proprie ansie e le proprie difficoltà osservando il figlio relazionarsi agli altri e, talvolta, si sente anche in colpa, perché non sa come aiutarlo a “sconfiggere” questa sorta di eredità.
Sono comprensibili la rabbia e il dispiacere dei genitori, che si rendono conto che il proprio bambino potrebbe dare molto agli altri, ma non riesce a farlo, perché bloccato dalla timidezza. Come possono, dunque, aiutarlo? Prima di tutto accettarlo veramente per come è, senza volerlo cambiare e aiutandolo anche ad accettarsi con i suoi pregi e i suoi difetti. Accettarlo significa rispettare anche la sua personalità e dargli spazio e modo di esprimersi e trovare il proprio posto e il proprio ruolo in famiglia, così come fuori casa. È anche importante non affibbiargli l’etichetta di “timido” (quasi come se fosse malato), soprattutto in sua presenza.
Venendo alla pratica, se, per esempio, ci si accorge dell’ansia che il bambino prova di fronte alle novità, lo si può preparare prima, descrivendogli con entusiasmo chi e cosa dovrà “affrontare” e cercando di suscitare in lui interesse e curiosità. Può anche essere d’aiuto far in modo che siano gli altri bambini ad avvicinarsi a lui, in modo da superare il problema della paura del non essere accettati, facendo attenzione che sia sempre tutto molto naturale, per non creare comunque stress o ansie, né farlo sentire “non all’altezza” e, perciò, bisognoso dell’aiuto di un adulto. Non va mai sottovalutata, inoltre, l’importanza della collaborazione con la scuola. Anche se, ovviamente, non si deve pretendere per il figlio un trattamento di favore che non gli sarebbe neppure d’aiuto, è opportuno parlare con gli insegnanti dei possibili problemi e delle difficoltà incontrate dal proprio figlio, perché sia più facile trovare il giusto modo per far emergere la personalità del bambino anche in classe, cercando di aiutarlo a interagire e a superare eventuali disagi, silenzi o imbarazzi. È utile anche dare il buon esempio e mostrare i vantaggi della socializzazione, magari invitando a casa un paio di mamme con i loro bambini. A casa sua, tra le sue cose, accanto ai suoi cari e in compagnia di piccoli gruppi di persone, il bambino timido è più sicuro di sé e, quindi, anche più a suo agio. Perfino far chiedere il conto al ristorante, dargli il buon esempio salutando e scambiando due parole con la vicina di casa o fargli fare la spesa possono essere dei piccoli esercizi che favoriscono lo sviluppo delle abilità sociali.

Una funzione per così dire “catartica” può essere anche assunta da libri o giochi in cui coinvolgere il proprio bambino.
Assecondando le sue preferenze e le sue inclinazioni, si potrebbe anche suggerire – con entusiasmo e non come se fosse una medicina per guarire da una malattia – una delle seguenti attività:
 
1) attività artistica (pittura, disegno, argilla ecc…): l’arte può facilitare l’esternazione di sentimenti ed emozioni che, a volte, la timidezza può bloccare;
 
2) laboratori di drammatizzazione: sono molto utili anche per l’acquisizione di competenze linguistiche che rendono più sicuri di sé i bambini nell’espressione e nella comunicazione, oltre ad incentivare l’interazione con altri bambini e l’espressione di sé;
 
3) pet therapy: gli animali si sono dimostrati ottimi terapeuti, perché aiutano a socializzare e infondono sicurezza;
 
4) lo sport (preferibilmente di squadra e non troppo competitivo): una situazione vissuta comunque come ludica può offrire al bambino la possibilità di imparare ad apprezzare il far parte di un gruppo, imparare a fidarsi dei suoi compagni e gioire della fiducia che i suoi compagni ripongono in lui, imparando a confrontarsi con gli altri e ad esprimersi attraverso il proprio corpo.
 
Va precisato che, comunque, la timidezza può anche essere legata ad una fase della crescita e scomparire poi con l’età. Il bambino deve imparare a gestirla, senza esserne sopraffatto e, potrebbe essere semplicemente una questione di tempo e maturità.
Piuttosto che concentrarsi sui “limiti” del bambino o volerne modificare la natura, comunque, bisogna dargli fiducia e concentrarsi sulle potenzialità, le doti e le abilità, che sono nascoste dentro di lui e hanno solo bisogno di essere aiutate a venir fuori.

Una delle situazioni più frequenti, ma spesso non preoccupanti, è quella di vedere il proprio bambino molto timido.
Come aiutare il bambino timido ( nei primi anni di vita)
da: http://it.ewrite.us/
·    1 Una delle tante cose da non fare in questa situazione, è quella di forzare il bambino a fare qualcosa che non vuole fare.
·    2 Se per esempio, vedete che il vostro bambino (considerando una fascia di età tra i due e i quattro anni), andando al parco, guarda i bambini ma non ha il coraggio di andare a giocare con loro, ecco come fare.
·    3 Chiedete al bambino se vuole giocare con quei bambini, quindi chiedetegli se vuole che lo accompagnate voi. Se dice di no, non lo forzate.
·    4 Se invece dice di si, accompagnatelo ma non prendete iniziative: dovrete accertarvi che lui non abbia il coraggio di proporsi da solo.
·    5 Se avvicinandovi, i bambini lo accolgono con simpatia, potrebbe anche succedere che il bambino si rassicuri in maniera naturale e voi non avrete bisogno di intervenire.
·    6 Se invece i bambini non lo accolgono in maniera naturale, sarete voi a dover ricorrere alle presentazioni, cercando di renderli piacevoli a vicenda.
·    7 “che bei giochi che fate! Fate giocare anche lui? E’ molto bravo e vi potete divertire insieme!” i bambini lo accoglieranno con sè.
·    8 Ovviamente in questo caso è molto semplice inserire il bambino, il problema potrebbe sorgere se il vostro bambino avrebbe il rifiuto di avvicinarsi a loro.
·    9 In questo caso non dovrete mai forzare la mano insistendo che giochi con gli altri bambini, ma dovrete aspettare che sia lui a volersi proporre.
·    10 Se il bambino è timido sempre, anche con le persone più grandi, con i parenti e così via, non mettetelo mai di fronte alle seguenti situazioni:
·    11 Non dite mai davanti alla sua presenza che è timido, altrimenti se ne convincerà fino a personificarsi esattamente come una persona timida.
·    12 Questa situazione potrebbe anche avere delle ripercussioni future, di conseguenza non dichiaratelo mai, soprattutto non di fronte a lui.
·    13 Il bambino interpreterebbe la sua timidezza come un suo status naturale, e potrebbe, per questo, non voler mai reagire per cambiare le cose.
·    14 Non prendetelo mai e poi mai in giro, nè quando siete da soli, nè tantomeno quando siete in compagnia di altre persone.
·    15 Evitate assolutamente di rimproverarlo se si nasconde dietro le vostre gambe o piange perchè non vuole stare al centro dell’attenzione.
·    16 In genere questo stato cambia con il passare del tempo. In adolescenza dovrebbe già passare in maniera naturale e senza alcun provvedimento particolare.
·    17 La vostra funzione di accorgimenti e attenzioni amorevoli sarà fondamentale per fare uscire il bambino da questa situazione di normale timidezza.
·    18 Dovrete però stare bene attenti a non assecondarlo eccessivamente e di non risultare iperprotettivi, altrimenti potreste ottenere l’effetto opposto.
·    19 Comprensione, amore, accondiscendenza, pugno fermo e dialogo con il bambino devono essere ben dosati. Una giusta dose potrà certamente aiutare il vostro bambino.
·    20 Se e solo se, superati i quattro anni di età, il bambino continua a soffrire di timidezza, portatelo dal pediatra e parlatene con lui.
·    21 Solitamente, superato il primo “ostacolo” di incontro con i compagnetti della scuola materna, dovrebbe bastare per superare la timidezza.
Domanda e risposta
http://www.bimbinsalute.itda
DOMANDA
Desidero avere un parere e consiglio sul comportamento di mio figlio.
Ha 2 anni e frequenta il secondo anno di nido.
Le maestre mi hanno detto che durante le attività di gruppo in genere partecipa attivamente e con allegria, mentre quando sono lasciati a giocare da soli con i vari giochi, lui spesso sta a guardare e devono insistere per mandarlo nel gruppo a prendere qualche gioco.
Potrebbe essere timidezza o carattere, ma mi dicono che sarebbe normale per un bambino appena arrivato. Lui ormai conosce compagni e maestre e dovrebbe essere padrone dell’ambiente.
A casa è invece molto attivo. Passa da un gioco all’altro, gioca con noi e da solo ed è molto indipendente, tanto che non mi sarei mai immaginata un diverso comportamento al nido.
Il pediatra dice che è piccolo per preoccuparsi e che se questo è il suo carattere…
Ma io non vorrei che col passare del tempo “l’isolamento” aumentasse.
Come posso aiutarlo visto che a casa è diverso?
È meglio agire o come dice il pediatra aspettare gli anni della scuola?
 
RISPOSTA
Sono in perfetto accordo con il pediatra.
Due anni sono davvero pochi ed ho la sensazione che tutti pretendano dai nostri piccoli bambini delle prestazioni sociali sempre troppo alte: una mamma è completamente appagata soltanto quando il suo bambino socializza precocemente e con tutti e poi da grande, a scuola, quando avrà una bella pagella.
Basta!! È ora di ridare il giusto senso alle cose: un bambino a due anni può essere più o meno timido e se se ne sta un po’ in disparte ad osservare gli altri, durante il gioco libero, è perché non se la sente subito di fare il compagnone!
Liberi lo sguardo dalle aspettative sociali di nidi e contro nidi!!
Si goda, cara amica, il suo bel bambino, senza avere un occhio prestazionale (in tutti i sensi) che inquina i nostri figli e non tiene conto dei naturali passi di ogni crescita.
Vuole una profezia?
A sei anni il suo bambino sarà circondato da amichetti ed in classe non starà mai zitto!
Si fida?

Angelo Vigliotti
Scritto da Angelo Vigliotti