Introduzione

Kant è vissuto e ha lavorato negli ultimi anni del settecento, in un periodo di transizione, a cavallo tra illuminismo e romanticismo. Nonostante che egli sia l’ultimo ma anche il più garnde illuminista, nelle sue opere si sente un tocco di romanticismo. Dell’illuminismo dice:
« L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da un difetto d’intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo. »
((Immanuel Kant da Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?, 1784)

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Il rapporto con la madre
“Non dimenticherò mai mia madre, perché inferse e nutrì in me il primo germe del bene, mi aprì il cuore alle impressioni della natura, destò e ampliò i miei concetti e i suoi insegnamenti hanno esercitato sulla mia vita un permanente influsso salutare.” Il proseguimento dell’educazione pietistica in collegio formò un carattere ossessivo compulsivo che portò per tutta la vita e se da una parte lo bloccò nelle relazioni sentimentali (asessuale o omosessuale ?), dall’altra parte lo portò a vette eccelse verso la razionalità, quasi un automa della mente. Kant ebbe un rapporto ambivalente con la sua mamma (fatto di odio ed amore), verso la persona cioè che voleva bene ma che lo obbligava a pregare giorno e notte con regole morali altamente rigide. Ha speso una vita intera nella speculazione filosofica, dalle antinomie della “critica della ragion pura”, agli imperativi categorici della “critica della ragion pratica” fino alla sintesi della “critica del giudizio”. A mio parere non riusci a superare il dilemma tra dovere e piacere, tra sentimento e logica, tra cuore e cervello.

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Termino queste note su Kant con alcune sue parole tratte dalla “Critica della ragion pratica”:

“Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto piú spesso e piú a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza. La prima comincia dal posto che io occupo nel mondo sensibile esterno, ed estende la connessione in cui mi trovo a una grandezza interminabile, con mondi e mondi, e sistemi di sistemi; e poi ancora ai tempi illimitati del loro movimento periodico, del loro principio e della loro durata. La seconda comincia dal mio io indivisibile, dalla mia personalità, e mi rappresenta in un mondo che ha la vera infinitezza, ma che solo l’intelletto può penetrare, e con cui (ma perciò anche in pari tempo con tutti quei mondi visibili) io mi riconosco in una connessione non, come là, semplicemente accidentale, ma universale e necessaria”.

Kant ha fatto ciò che Platone fece nel 5° secolo avanti Cristo. Platone sintetizzò con la teoria delle idee, il monismo di Parmenide con il pluralismo di Eraclito; Kant nella sua teoria della conoscenza operò una sintesi tra l’empirsmo britannico e il razionalismo europeo. L’uomo di Kant è un operaio instancabile della conoscenza e della moralità che ha alla base il “sapere aude” il coraggio di affrontare la vita servendosi della propria intelligenza.

Angelo Vigliotti
Scritto da Angelo Vigliotti