Iperattività infantile, come riconoscerla e curarla
La sindrome Adhd colpisce il 4% della popolazione pediatrica e, in larga parte, ha una causa genetica. I consigli della professoressa Maria Giulia Torrioli su cuome affrontarla e curarla  ( a cura di Patrizia del Principe)

domande e risposte


In termini tecnici si chiama disturbo da deficit di attenzione e iperattività (Attention Deficit Hyperactivity Disorder – Adhd) e coinvolge circa il 4% della popolazione pediatrica. Un problema che interessa sia bambini che adulti che manifestino difficoltà nel mantenere un’attenzione continua nel tempo, nel controllare l’impulsività e nel regolare il proprio livello di attivazione fisiologica. Questo disturbo ha avuto numerose “etichette” nel corso dell’ultimo secolo: reazione ipercinetica del bambino, iperattività, sindrome ipercinetica, disfunzione cerebrale minima, disturbo da deficit attentivo (con o senza iperattività).
«Oggi si parla molto spesso di iperattività infantile e deficit dell’attenzione, anche se in realtà non siamo davanti a una nuova patologia – spiega la profesoressa Maria Giulia Torrioli, associato di neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica di Roma -. Si potrebbe pensare che tutti i bambini “terremoto” o particolarmente vivaci siano iperattivi. In realtà non è così. I bambini Adhd sono vivaci e anche molto distratti, ma lo sono a livello da vivere male innanzi tutto loro, ma anche la famiglia e tutto l’ambiente classe che subisce la loro iperattività per tutto il periodo scolastico. Sono bambini che hanno una incapacità costituzionale a stare e fermi e concentrati quando l’attenzione che gli si richiede è prolungata nel tempo».Come si fa a distinguere quando un bambino è iperattivo o solo vivace?«La diagnosi clinica è abbastanza complessa. Il punto fondamentale è il disagio. Se il bambino è felice, va bene a scuola e ha amici, certo non è un bambino iperattivo. Coloro che sono colpiti dalla sindrome Adhd, a causa della loro iperattività e impulsività hanno spesso un comportamento “appiccicoso” e quindi sono evitati dai loro coetanei. Questo è causa di sofferenza perché i bambini si rendono conto di essere diversi dagli altri. Spesso l’iperattività è associata ad altre comorbidità come, per esempio, i disturbi dell’apprendimento. Questo non significa che siano meno intelligenti, come invece si credeva in passato. La confusione nasceva dal fatto che alcuni bambini con patologia neurologica e un ritardo mentale presentano anche un’iperattività, ma non è l’Adhd la causa del ritardo.Da cosa è provocata la sindrome?  «Da una causa biologica e non da una situazione esclusivamente psicologica. La forma più comune, nel 40-50 cento dei casi, è genetica. Iperattivi  si nasce e molto spesso, in quel 40 per cento, uno dei due genitori ha una Adhd. La colpa dunque non è né della mamma né del papà che non hanno saputo educare i figli mettendo i “classici paletti”. Sono bambini che nascono con questa difficoltà. Purtroppo, il non riconoscere che esiste questa difficoltà, porta a giudicare male la famiglia e quindi rende la situazione, già estremamente difficile, ancora più penosa».Come fa un genitore a capire che un figlio è affetto da Adhd? «Quando siamo davanti a un bambino che, oltre a essere iperattivo e distratto, è anche un bambino spesso triste, non inserito nel contesto in cui vive perché non ha amici, quando è evitato dai compagni di classe, allora è chiaro che il bambino ha un disagio. Sta al pediatra indirizzarlo da uno specialista».Il bambino si rende conto della situazione? «Il bambino vive malissimo perché si sente diverso, allontanato dagli altri e trattato come portatore di handicap.  È “appiccicoso” perché tocca continuamente, anche se in modo non aggressivo, le cose degli altri, e i bambini stessi; pertanto averlo come vicino di banco in classe risulta insopportabile».

Un bambino iperattivo  può  manifestare da adulto la stessa sindrome?
«L’Adhd è una patologia cronica che può durare qualche anno, ma anche per tutta la vita. In alcuni casi la sintomatologia si risolve nella preadolescenza, in altri dopo l’adolescenza e in circa il 20 per cento dei casi l’iperattività si mantiene anche in età adulta. Però l’Adhd si può gestire. In genere, le persone colpite da questa patologia sono brillanti, con grande intuito, capacità immediata di notare i particolari. Se nella vita adulta si riesce a trovare un lavoro che utilizzi al meglio le qualità derivanti dall’Adhd, si può vivere anche molto bene».


Più in dettaglio, lo specialista come giunge a diagnosticare questa patologia?
 Si osserva il bambino o si ascoltano le parole dei genitori che spiegano il comportamento del figlio? «La diagnosi va fatta attraverso l’osservazione del bambino, le notizie dei genitori e quelle provenienti dalla scuola di appartenenza del bambino. Quest’ultima fonte è molto importante, perché l’Adhd si manifesta soprattutto nel contesto scolastico. Genitori attenti possono essere in grado di gestire abbastanza bene, seppure con sacrificio, un bambino con ADHD. Nell’ambito scolastico invece, dove ci sono infiniti stimoli per questi bambini già impulsivi, diventa estremamente difficile mantenere un comportamento adeguato».
Ma un bambino con Adhd come può essere curato? «Ci sono due vie, non necessariamente incompatibili l’una con l’altra. Una terapia non farmacologica e una farmacologica. Nel primo caso si attua soprattutto un intervento psico- educativo, che può essere fatto con il bambino, con la famiglia e con la scuola. Tale intervento  consiste nell’aiutare le persone che vivono a contatto con il bambino a capirne le difficoltà e a cercare di gestirle. Purtroppo non sempre questo intervento è sufficiente, o per la gravità del quadro clinico o perché effettuato tardi quando sono già presenti una bassissima autostima e altre complicanze come un disturbo oppositivo provocatorio, ossia un ricorrente comportamento negativistico, provocatorio, disobbediente, e ostile da parte del bambino con Adhd nei confronti delle figure autorevoli.Come si interviene in questo caso? «È importante valutare tutti gli aspetti comportamentali del bambino, spesso triste o depresso, per poterlo aiutare eventualmente anche con un intervento psicoterapico. Quando questo tipo di interventi non sono sufficienti a dare al bambino una qualità di vita accettabile, è importante ricorrere sotto stretto controllo dello specialista anche alla terapia farmacologia».

Si tratta cioè di somministrare psicofarmaci, compreso un farmaco discusso come il Ritalin?
 «Contro il Ritalin è stato detto di tutto e di più. È senz’altro vero che si tratta di una sostanza ad azione anfetamino–simile e che può essere usata anche con situazioni di abuso, ma le controindicazioni sono sostanzialmente modeste e vanno evitate le “guerre di religione”. Se la vita del bambino è totalmente compromessa dalla Adhd, credo che il Ritalin in casi selezionati sia una risposta valida; è naturale che l’assunzione di questo farmaco deve essere fatta sotto controllo medico, con una valutazione molto attenta prima dell’uso. In ogni caso oggi, grazie all’intervento psico-educativo e poi al supporto farmacologico, si possono risolvere situazioni importanti di Adhd in maniera soddisfacente, restituendo una buona qualità di vita al bambino iperattivo e alla sua famiglia».



Iperattività e disturbo dell’attenzione

 

a cura di Mario Di Pietro e Monica Dacomo

Il deficit dell’attenzione è un problema neurologico che interessa il bambino fin dai primi mesi di vita, che si protrae nell’infanzia, nell’adolescenza e nell’età adulta. Può presentarsi in associazione all’iperattività e in questo caso si parla di deficit dell’attenzione con iperattività. Le caratteristiche distintive sono rappresentate da difficoltà di attenzione, impulsività e iperattività, questi tre elementi possono essere presenti in proporzione variabile. I bambini interessati da questo problema fanno molta fatica a mantenere l’attenzione e a concentrarsi, hanno la tendenza ad agire senza pensare a quello che stanno facendo, hanno delle difficoltà a modificare il loro comportamento sulla base dei loro errori e non riescono a stare tranquillamente seduti per lunghi periodi di tempo.
Per avere rilevanza clinica, la comparsa di alcune di queste manifestazioni deve aver luogo prima dei sette anni ed essere presente da almeno sei mesi. In altri termini, un bambino non sviluppa un problema di deficit dell’attenzione da un giorno all’altro, la presenza dei sintomi deve, infatti, protrarsi per un periodo relativamente lungo.
Non esistono due bambini con deficit dell’attenzione con le stesse identiche caratteristiche, ad esempio, un bambino può avere difficoltà a concentrarsi ed essere impulsivo senza essere iperattivo. Ciò che è essenziale in fase di valutazione iniziale è l’analisi del comportamento del bambino e la sua storia familiare. 
Malgrado nella terminologia clinica venga usato il termine “disturbo”, va precisato che buona parte di questi bambini, se aiutata tempestivamente con interventi educativi, riesce ad avere una vita scolastica e sociale adeguata.

Incidenza

L’incidenza non è definibile in maniera univoca poiché si riscontrano in diversi Paesi differenze nei criteri impiegati nella diagnosi e nei metodi di valutazione. Diverse ricerche riportano che il problema da deficit dell’attenzione interessa il 5-6% dei bambini in età scolare. Questa condizione è più diffusa tra i maschi che tra le femmine (rapporto 3:1 nella popolazione generale e 9:1 nella popolazione clinica), nelle bambine è spesso diagnosticata in un’età superiore rispetto ai bambini. 

Caratteristiche

Spesso in movimento con le mani o con i piedi, continuamente agitato da seduto (adolescenti e adulti possono riferire senso di irrequietezza

  • Ha difficoltà a rimanere seduto quando gli viene richiesto di farlo
  • Si fa facilmente distrarre da altri stimoli
  • Ha difficoltà ad attendere il proprio turno nei giochi o nelle attività in gruppo
  • Ha difficoltà a seguire le istruzioni che gli vengono date, per esempio, non riesce a finire un compito assegnato
  • Non riesce a mantenere l’attenzione nelle attività scolastiche e di gioco
  • Passa da un’attività ad un’altra senza concluderne una
  • Fa fatica a giocare in modo tranquillo
  • Spesso parla eccessivamente rispetto ai coetanei
  • Interrompe o si intromette in modo inadeguato, per esempio, si mette bruscamente in mezzo mentre altri bambini giocano o degli adulti parlano
  • Perde o dimentica il necessario per attività a casa o a scuola (giocattoli, matite, libri, tuta, compiti)
  • Spesso fa cose pericolose senza pensare alle conseguenze (non di proposito o per fare qualcosa di eccitante) come correre in strada senza guardare

Cause

Le cause non sono ancora del tutto chiare, esistono, tuttavia, dati che confermano il ruolo importante di fattori genetici (generalmente in linea maschile), prenatali, fisici ed ambientali.
L’ipotesi maggiormente accreditata sottolinea una disfunzione neurologica causata da sottopresenza neurochimica cerebrale. Le ridotte quantità di neurotrasmettitori cerebrali rallenterebbero la trasmissione dei messaggi intercellulari. 
Le ricerche dimostrano che la presenza di questo problema è più facilmente rilevabile in parenti biologici di primo grado.

Effetti

Il deficit dell’attenzione influenza la sfera familiare, scolastica e sociale del bambino.

Sfera familiare

I bambini con queste caratteristiche sono alla continua ricerca di attenzione, dimenticano facilmente le richieste, perdono costantemente le loro cose, sono disorganizzati e sempre in movimento. A volte mangiano e dormono poco, possono presentare forme allergiche e sensibilità alla luce 
e ai suoni. 
Hanno difficoltà ad andare d’accordo con fratelli e sorelle e con i coetanei, si sentono frustrati con facilità e si oppongono ai cambiamenti delle loro abitudini. 
Gli interventi più efficaci nel migliorare la serenità familiare sono basati sull’acquisizione e il miglioramento delle abilità sociali da un lato e sulla modificazione del comportamento dall’altro.

Sfera scolastica

 
 

Nei bambini con deficit dell’attenzione si evidenziano spesso difficoltà di apprendimento, come deficit di memoria a breve termine, problemi di coordinazione, calligrafia illeggibile, difficoltà di linguaggio, di lettura, ortografia, calcolo, problemi di elaborazione delle informazioni visive e uditive. La memoria a breve termine riveste un ruolo cruciale nell’ apprendimento, la sua compromissione porta a difficoltà di acquisizione di nuove informazioni rendendone problematica la ritenzione e di conseguenza l’apprendimento. Sono comuni in questi bambini difficoltà di elaborazione di informazioni visive ed uditive, causate da un funzionamento inefficace del sistema nervoso centrale. Le informazioni verbali “entrano da un orecchio ed escono dall’altro”, mentre quelle visive si traducono in errori di copiatura ed omissioni delle ultime sillabe di una parola e delle ultime parole di una frase durante la lettura. L’uso di espressioni verbali e scritte molto semplici sono un’ulteriore conseguenza di un deficit nella memoria a breve termine. Più del 60% dei bambini con disturbo da deficit dell’attenzione presenta difficoltà nelle fasi iniziali di produzione del linguaggio, come problemi di articolazione, balbettio, costruzione delle frasi molto semplice (uso improprio della sintassi e della grammatica, dei sostantivi, dei verbi, degli aggettivi, degli avverbi) ed errori nel posizionamento di lettere in una parola o di parole in una frase (per esempio: “psighetti” invece di “spaghetti” o “Io palla prendo” invece di “Io prendo la palla”). La comprensione del linguaggio avviene in modo corretto, ma la capacità di espressione non è ottimale. Difficoltà nella produzione del discorso sono tipiche di bambini in età prescolare, mentre i disturbi del linguaggio sono evidenti in bambini in età scolare. Sono spesso presenti problemi di coordinazione, come nell’equilibrio, postura, lanciare, calciare, afferrare, allacciare le scarpe, abbottonarsi, scrivere e disegnare. Queste difficoltà richiedono un costante esercizio quotidiano per essere contrastate. Il bambino non riesce a mantenere l’attenzione abbastanza a lungo da elaborare e trattenere correttamente le informazioni uditive, per questo sono spesso presenti lacune nell’acquisizione delle abilità di base. Interventi mirati a migliorare il funzionamento del bambino nelle aree considerate sono estremamente importanti per il bambino.

Sfera sociale

I bambini con deficit dell’attenzione sono spesso poco abili socialmente. La scarsa padronanza delle regole esplicite ed implicite della comunicazione impedisce la corretta interpretazione dei messaggi non verbali. Farsi degli amici e mantenere con loro delle relazioni soddisfacenti diventa spesso difficile. La scarsa tolleranza alle frustrazioni è il motivo che spiega il frequente comportamento capriccioso e la facilità con cui il bambino mette il broncio. 
Sono spesso presenti inflessibilità ed incapacità di adattarsi ai cambiamenti, tanto pronunciate da impedire la presa di decisioni e la loro attuazione. 
In questi bambini i problemi di autostima sono influenzati sia da fattori primari sia secondari. Inizialmente non sviluppano un appropriato concetto di sé ed hanno difficoltà di relazione con i familiari e con i coetanei. La successiva mancanza di successi scolastici, sportivi e sociali peggiora le difficoltà iniziali del bambino aumentando il rischio di essere facilmente influenzato dagli altri durante l’adolescenza. Il farsi guidare e trascinare dal gruppo dei coetanei aumenta la probabilità di trovarsi in situazioni problematiche. Sentimenti di inadeguatezza, ansia e depressione sono, pertanto, conseguenze possibili. Una percentuale pari al 30% evolve in un disturbo della condotta o in un disturbo oppositivo-provocatorio.

Trattamenti

Le ricerche compiute in questo ambito dimostrano che la forma di intervento più efficace deve agire su più fronti e comprendere:

  • Consulenza e sostegno ai genitori
  • Terapia del comportamento
  • Neurofeedback (EEG Biofeedback)
  • Consulenza alla scuola su strategie comportamentali
  • Training di abilità sociali
  • Interventi di potenziamento dell’apprendimento
  • Interventi cognitivo-comportamentali per incrementare l’autostima

 

Non esistono soluzioni magiche per questo problema, ma la sua gestione è possibile. Il solo impiego di farmaci non basta a migliorare tutti gli aspetti associati, il trattamento si basa per il 90% su interventi educativi e per il 10% su interventi farmacologici. E’ da evitare il ricorso a sedativi, in quanto peggiorerebbero la situazione sia a livello comportamentale sia cognitivo.
Non è mai stato dimostrato che la psicomotricità sia efficace con questi bambini, anche se nel nostro Paese si tende a farne ancora ampio uso. Lo yoga e la musica si sono rivelate di qualche utilità nel favorire la concentrazione. 
Il deficit dell’attenzione, se non trattato, può creare problemi rilevanti nell’autostima della persona interessata. I bambini devono essere incoraggiati a sviluppare il loro potenziale, mettendoli in grado di aumentare la loro efficacia.
La costanza, l’impegno e il tempo unitamente a interventi terapeutici validi che agiscono su tutti gli aspetti del problema permettono a questi bambini di spezzare il circolo vizioso di frustrazione ed insuccesso e di aumentare considerevolmente abilità personali e autostima.Primo approfondimento e riflessione: da Wikipedia ADHD (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder), o più semplicemente ADD(Attention Deficit Disorder), è la sigla della sindrome da deficit di attenzione e iperattività.Il Disturbo da deficit d’attenzione ed iperattività (ADHD) è un disturbo del comportamento caratterizzato da inattenzione, impulsività e iperattività motoria che rende difficoltoso e in taluni casi impedisce il normale sviluppo e integrazione sociale dei bambini. Si tratta di un disturbo eterogeneo e complesso, multifattoriale che nel 70-80% dei casi coesiste con un altro o altri disturbi (fenomeno definito comorbilità). La coesistenza di più disturbi aggrava la sintomatologia rendendo complessa sia la diagnosi sia la terapia. Quelli più frequentemente associati sono il disturbo oppositivo-provocatorio e i disturbi della condotta, i disturbi specifici dell’apprendimento (dislessia,disgrafia, ecc.), i disturbi d’ansia e, con minore frequenza, la depressione, il disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo da tic, il disturbo bipolare.[1]Per la normalizzazione del comportamento di alcuni pazienti iperattivi e condeficit d’attenzione si sono rivelate efficaci alcune molecole psicoattive come ilmetilfenidato.
Ma critiche sono state mosse sull’uso di questi medicinali, i quali sono stati ritenuti responsabili di diversi casi di morte (infartosuicidio, ecc.). Queste critiche hanno portato in Italia alla nascita di due campagne, una con funzioni di farmacovigilanza denominata “Giù le mani dai bambini“, di taglio laico e non antipsichiatrico, la seconda con funzioni di denuncia sul rischio farmaci, denominata “Perché non accada” (tra i promotori di quest’ultima c’è ilComitato dei Cittadini per i Diritti Umani organizzazione legata a Scientology). In Italia è presente anche l’ “associazione famiglie ADHD “(AIFA ONLUS) associazione di genitori che ha creato una rete di mutuo aiuto tra genitori di ragazzi affetti d’ADHD.È ancora pendente presso il TAR del Lazio un ricorso contro le attuali modalità di somministrazione di questi prodotti psicoattivi ai minori, e sono aperti presso il Ministero della Salute due tavoli di confronto – uno su iniziativa del Parlamento, l’altro su iniziativa del Ministro – per valutare l’ipotesi di una revisione in senso più restrittivo dei protocolli di diagnosi e terapia dell’Adhd. Nell’attesa, l’ISS e l’Agenzia Italiana del Farmaco hanno comunque ritenuto di autorizzare l’uso di tali presidi terapeutici anche in Italia [2]
 
 

La tesi della malattia Secondo la maggior parte dei ricercatori e sulla base degli studi degli ultimi quarant’anni il disturbo si ritiene abbia una causa genetica e sia anche legato a fattori morfologici cerebrali, fattori prenatali e perinatali, fattori traumatici. [3]Tale tesi è contestata da chi sostiene che, ad oggi, nessun fenotipo (marcatore biologico) è stato individuato per l’ADHD, ed alcuna prova definitiva è stata fornita circa la tesi dell’origine genetica della sindrome [4] In molti casi si registra una remissione spontanea dei sintomi con l’avanzare dell’età del soggetto, anche in pazienti non sottoposti a terapia farmacologica.

Sindrome [

Secondo altri la sindrome da iperattività non è una malattia: il dottor Fred Baughman, neurologo infantile e membro dell’American Academy of Neurology, ha detto: «[…] La “psichiatria biologica” in quarant’anni non ha mai confermato l’esistenza di anomalie, “squilibri chimici” o disturbi “neurologici”, “biologici” o “genetici” in una sola delle sue diagnosi o delle condizioni di cui afferma l’esistenza». Tale tesi è sostenuta anche da una parte significativa della comunità scientifica italiana: la prof. Emilia Costa (1aCattedra di Psichiatria dell’Università “La Sapienza” di Roma) afferma infatti che «tale diagnosi (di ADHD) è inconsistente e vaga, e così come viene proposta ad oggi non andrebbe fatta».

Problemi relazionali 

Per quanto riguarda i problemi relazionali, i genitori, gli insegnanti e gli stessi coetanei concordano che i bambini con ADHD hanno anche problemi nelle relazioni interpersonali (Pelham e Millich 1984). Vari studi di tipo sociometrico hanno confermato che bambini affetti da deficit di attenzione con o senza iperattività:

  • ricevono minori apprezzamenti e maggiori rifiuti dai loro compagni di scuola o di gioco (Carlson et al, 1987);
  • pronunciano un numero di frasi negative nei confronti dei loro compagni dieci volte superiori rispetto agli altri;
  • presentano un comportamento aggressivo tre volte superiore (Pelham e Bender, 1982);
  • non rispettano o non riescono a rispettare le regole di comportamento in gruppo e nel gioco;
  • laddove il bambino con ADHD assume un ruolo attivo riesce ad essere collaborante, cooperativo e volto al mantenimento delle relazioni di amicizia;
  • laddove, invece, il loro ruolo diventa passivo e non ben definito, essi diventano più contestatori e incapaci di comunicare proficuamente con i coetanei..

Trattamento sintomatico e controversie alla cura farmacologica [modifica]

Il trattamento sintomatico più impiegato per il trattamento dell’ADHD è ilmetilfenidato, un’anfetamina, ma esiste un forte dibattito all’interno degli stessi psichiatri sull’uso di queste sostanze stimolanti in bambini che sono iperattivi. In effetti, le linee-guida tendono a riconoscere l’utilità di integrare interventi educativi, psicologici, di supporto famigliare e – solo laddove realmente necessario – anche farmacologico.Paolo Crepet, noto psichiatra, in questo senso ha affermato: il ricorso agli psicofarmaci deve «rappresentare l’extrema ratio e comunque una strada assolutamente da evitare in età giovanile. Molto meglio può fare l’attenzione della famiglia».[5]. L’atteggiamento di Crepet, come quello di molti altri esperti del settore, sottolinea l’utilità di approcciarsi ai farmaci in maniera corretta, senza “idealizzarli” (e quindi abusarne inutilmente), ma senza nemmeno “demonizzarli” (e quindi usandoli, in maniera consapevole e corretta, quando realmente necessari).Un recente “warning” della Food and Drug Administration[6] ha indicato come potenziali effetti collaterali per l’assunzione a normale dosaggio terapeutico di questo tipo di psicofarmaci l’aumento di rischi sanitari, quali il rischio di ictus, l’insorgenza di crisi maniaco-depressive, o, in casi eccezionali ed in presenza di gravissimi fattori predisponenti, la morte improvvisa per arresto cardiaco..Esistono campagne quali Giù le mani dai bambini che criticano l’uso delmetilfenidato in età evolutiva, ed una presa di posizione al riguardo è stata assunta anche da una parte della comunità scientifica, con la sottoscrizione di un “consensus internazionale”[7] nel maggio del 2005.La discussione nell’ambito della comunità scientifica è tuttavia accesa, tanto che l’Istituto Superiore di Sanità[8] ha costituito, per garantire una corretta informazione sanitaria ai genitori ed agli insegnanti dei bambini affetti da ADHD, un ricco sito informativo, con sezioni di approfondimento su tutti i temi relativi.Anche le Associazioni dei genitori di bambini con ADHD hanno messo online materiale informativo di merito, spesso in reazione alle informazioni, ritenute imprecise, fatte circolare dai gruppi antipsichiatrici: :

  • L’associazione delle famiglie con figli ADHD,[9] la quale si occupa di dare supporto alle famiglie. Si tratta di una Onlus senza influenze religiose o economiche, composta da genitori che hanno come unico interesse quello di curare i propri figli.
  • AIDAI, Associazione Italiana Disturbi dell’Attenzione ed Iperattività.[10]

La terapia dei bambini affetti da ADHD è quasi sempre esito di un percorso interdisciplinare, che unisce le figure del Neuropsichiatra Infantile, del Pediatra e dello Psicologo dello Sviluppo da un punto di vista clinico, e di pedagogisti, educatori ed insegnanti da un punto di vista formativo. Fondamentale è sempre il coinvolgimento attivo della famiglia.Il Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali (Diagnostical and Statistical Manual) dell’Associazione Psichiatrica Americana (APA), un’associazione di stampo privatistico, è un riferimento basilare, criticato per un conflitto d’interesse di alcuni autori che nello stesso tempo erano consulenti o ricercatori alle dipendenze di case farmaceutiche. L’ADHD, secondo i critici, sarebbe in questo senso una delle tante sindromi scoperte e introdotte nel prontuario negli ultimi 50 anni. Secondo questa critica sarebbe un disturbo senza una sintomatologia chiara e univoca, diagnosticabile a “piacere”, elaborata ad inizi del secolo scorso e ripresa negli anni ’80 per creare un nuovo mercato di farmaci.A questi critici è stato fatto notare come in realtà sia sufficiente consultare il DSM stesso per rendersi conto che i criteri diagnostici dell’ADHD siano precisi, e che ormai nella classe medica si è sviluppata una sensibilità alla questione tale da portare a porre tali diagnosi con molta attenzione, solo davanti a riscontri evidenti. Al tempo stesso, la differenza tra “uso” ed “abuso” degli psicofarmaci, soprattutto in età evolutiva, è nota ai neuropsichiatri infantili, che sulla questione pongono ormai particolare attenzione. E tuttavia da notare che l’ICD-10, manuale analogo ma redatto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che riporta criteri ben più restrittivi del DSM per la diagnosi di questo disturbo, non è quasi mai utilizzato.In Italia gli adolescenti e i bambini in cura, al settembre 2008, sono circa 700[11].

Recenti studi [modifica]

Una recente ricerca[12], durata dal settembre 2004 al marzo 2007 ha fornito dati che in parte supportano la tesi per cui gli additivi negli alimenti incrementerebbero i disturbi dell’attenzione e dell’iperattività in bambini già affetti da ADHD e in generale a tutti quelli nella fascia d’età studiata (metà infanzia).In particolare i risultati dello studio concludono che: a fronte di una serie di indicatori dati dal giudizio dei genitori, degli insegnanti, dalla diretta osservazione e , nei casi dei bambini più grandi, da test sul grado di attenzione, certi coloranti artificiali e conservanti a base di benzoato hanno un effetto avverso sul comportamento iperattivo di taluni bambini mostrando un incremento della iperattività.

Note 

  1. ^ I “miti” sull’ADHD, a cura dell’Associazione Italiana Famiglie ADHD. URL consultato il 01-08-2008.
  2. ^ prontoconsumatore.it. Il Tar respinge il ricorso di “Giù le mani dai bambini”: Ritalin in commercio. URL consultato il 01-08-2008.
  3. ^ (ENBarkley, Russell A.. Treating Children and Adolescents with ADHD: An Overview of Empirically Based Treatments. URL consultato il 01-08-2008.
  4. ^ Xavier Castellanos, intervista a FRONTLINE rilasciata in data 10/10/02
  5. ^ Nino Materi. Psicofarmaci ai bimbi «Ora anche da noi fa scuola l’America». URL consultato il 01-08-2008.
  6. ^ (ENFDA News. FDA Directs ADHD Drug Manufacturers to Notify Patients about Cardiovascular Adverse Events and Psychiatric Adverse Events. URL consultato il 01-08-2008.
  7. ^ Consensus internazionale. URL consultato il 01-08-2008.
  8. ^ Istituto Superiore di Sanità. URL consultato il 01-08-2008.
  9. ^ AIFA – Associazione Italiana Famiglie ADHD. URL consultato il 01-08-2008.
  10. ^ AIDAI – Associazione Italiana Disturbi dell’Attenzione ed Iperattività. URL consultato il 01-08-2008.
  11. ^ Articolo su Repubblica
  12. ^ Ricerca della Southampton University per la Food Standard Agency


Secondo approfondimento: www.pediatric.it


 

Circa il 4% della popolazione pediatrica è affetta dalla Sindrome da deficit di attenzione e iperattività
 


ono alcuni di quei bambini che troviamo alle feste dei nostri figli, nei bus o sul treno, nelle scuole o per la strada e che si mostrano continuamente agitati, in continuo movimento, che non riescono a stare mai fermi, che si dimenano continuamente e che i genitori trovano grande difficoltà a tenere “buoni”. Quando, poi, iniziano a frequentare la scuola sono quei bambini che le insegnanti non vorrebbero mai tenere: si alzano continuamente dal loro posto, danno fastidio ai compagni, non riescono a svolgere i compiti assegnati e finiscono spesso per cambiare banco, classe e talvolta … scuola. Il loro profitto scolastico proprio per la ridotta capacità di concentrazione è spesso scarso o comunque sufficiente e difficile è il loro rapporto con i coetanei, ma anche con gli adulti per la grande impulsività. La loro difficoltà viene percepita dai genitori e dagli insegnanti ma spesso, nel nostro paese, la diagnosi viene completamente misconosciuta.In realtà questi bambini non hanno nessuna colpa, né tanto meno i loro genitori che invece vengono spesso additati come incapaci a svolgere bene il proprio ruolo di educatori. Se il bambino risponde ad una serie di criteri clinici ben definiti dal mondo scientifico la loro è una vera patologia organica e come tale meritevole di una precisa terapia. Solo con l’ausilio di  una giusta terapia i bambini cambieranno radicalmente il loro modo di vivere e tutti, genitori, insegnati, compagni ma soprattutto il bambino, potranno finalmente cogliere la bellezza di una vita “normale”.


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Il bambino iperattivo con deficit di attenzione
Gennaio 2001
ADHD e i problemi di condotta   ADHD, una sindrome ben definita   Determinante genetica   La realtà clinica dell’ADHDADHD: un problema marginale?  La prevalenza  Quanto dura?  Forma comorbida, prognosi peggiore  Problemi relazionali  Capire le cause…   Malattia genetica?   Anche fattori non genetici?   I geni per la dopamina   L’autocontrollo
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Davide ha 8 anni fa la terza elementare ed è un “terremoto”: basta un non nulla per distrarlo. Il suo comportamentoiperattivo e deconcentrato che manifestava da anni è oggi un problema concreto, ai limiti dell’handicap. Il suo comportamento è pressoché ingestibile.In classe è sempre fuori posto,impulsivo, si atteggia a buffone della classe. Se non è impegnato in lotte e litigi coi compagni si barcamena socialmente come buffone della classe; è deriso, evitato e spesso, nonostante il suo comportamento clownesco, mostra disappunto e tristezza.Davide sembra apprendere con notevole difficoltà nelle aree verbali, lettura in particolare; ha risultati migliori in matematica, ginnastica, arte e disegno.Incontra enormi difficoltà nel completare autonomamente un compito; si dimentica spesso di quanto aveva programmato di fare anche se intendeva farlo. Quando inizia un progetto, gioco o incarico, quasi mai lo porta a termine.Nonostante Davide sia appassionato di sport in cui vorrebbe eccellere ha difficoltà di coordinazione ed è impulsivo e distraibile, così da essere un giocatore poco desiderabile.Le insegnanti e i genitori, preoccupati e frustrati dal fallimento delle tradizionali misure già messe in atto (richiamare, sgridare, stimolare il bambino), richiedono un intervento inerente al comportamento, apprendimento e umore di Davide.Questo caso ci da l’idea di cosa sia un “Bambino Iperattivo con Deficit dell’Attenzione”(ADHD), un vero e proprio disturbo neuropsichiatrico caratterizzata da:

 
ADHD e i problemi di condotta                                                                    
I problemi di condotta (il “bambino onnipotente”) rappresentano una delle più frequenti patologie con cui si confronta oggi il Pediatra di famiglia (V. Nuzzo 2001). Essi sono condizionati da complessi fattori psico-sociali ed antropologici che caratterizzano fortemente la condizione del bambino e della famiglia moderna.E’ importante sottolineare che molti dei disturbi di condotta evidenti nei bambini si associano a “iperattività” cioè a un controllo inadeguato dell’attività motoria.I motivi ambientali, però, non spiegano tutti i casi di disturbo di condotta con iperattività, dal momento che esiste un gruppo di soggetti che presentano un disturbo organico (cioè una vera e propria malattia) dei meccanismi di controllo dell’attenzione e che secondariamente porta ad un insufficiente controllo dell’attività motoria: il “Disturbo da Deficit di Attenzione” (ADD,Attention Deficit Disorder nella letteratura di lingua inglese, ADSAufmerksamkheitsdefizit Störung nella letteratura di lingua tedesca) e meglio conosciuto  come Disturbo di Attenzione con Iperattività” (ADHD nella letteratura anglosassone, DDAI, nella letteratura italiana).La condizione clinica, quindi, che meglio permette di definire il problema non è l’iperattività, ma il Disturbo di Concentrazione (DC), meglio definito come “Disturbo dell’Attenzione” .
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ADHD: una sindrome ben definita 
La proposta di una sindrome così ben definita si affaccia in Italia dopo la pubblicazione negli Stati Uniti – circa venti anni fa – del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali DSM III, che definiva le caratteristiche cliniche di questo disordine. Le critiche iniziali, però, furono così marcate in Italia, come in altri Paesi, da impedire la diffusione della conoscenza organica dell’ADHD. Basti pensare che nel 1978 la casa editrice Feltrinelli pubblicava la traduzione italiana di un libro di Schrag e Divoky dall’eloquente titolo“Il mito del bambino iperattivo”. Ciò nonostante, il problema era così sentito che in questi ultimi vent’anni numerosi progressi scientifici sono stati fatti, soprattutto in America, sulla comprensione dell’ADHD.Sebbene il problema sia stato ormai ben identificato e delineato nella letteratura internazionale e, quindi, diagnosticato e trattato da molti pediatri e neuropsichiatri, nel nostro paese esso è stato finora trattato in modo non sufficientemente demarcato (Levi e Penge 1996) dalla cosiddetta“Sindrome da iperattività”, termine generico che si riferisce ad una costellazione sintomatologica etio-patogeneticamente disomogenea, che contiene una serie svariata di disturbi organici o funzionali dei meccanismi di controllo dell’attività, alla cui base, spesso, esistono deviazioni dei meccanismi psico-emotivi, sconfinanti in veri e propri disturbi di personalità.La conseguente caratterizzazione psico-patologica del problema ha fatto sì che esso restasse lontano non solo da una prospettiva diagnostica e terapeutica adeguata alla sua vera natura ma anche dall’interesse da parte del vasto pubblico di pediatri, insegnanti e genitori che avrebbe, invece, meritato di conoscere un problema di così grande portata sociale, per la sua elevata diffusione nella popolazione infantile.A partire dagli anni quaranta, gli psichiatri hanno utilizzato molti nomi per definire i bambini caratterizzati da iperattività e da una disattenzione e impulsività fuori della norma. Questi soggetti sono stati considerati affetti da “Minima disfunzione cerebrale”, da “Sindrome infantile da lesione cerebrale”, da “Reazione ipercinetica dell’infanzia”, da “Sindrome da iperattività infantile” e, più recentemente, da “Disturbo dell’attenzione”. I frequenti cambiamenti nelle definizioni rispecchiano l’incertezza che hanno avuto i ricercatori sulle cause del disturbo e perfino su quali fossero esattamente i criteri diagnostici.
Determinante genetica 
Da diversi anni, però, i ricercatori che si occupano di ADHD hanno iniziato a metterne in luce sintomi e cause e hanno trovato che il disturbo può avere una causa genetica. Attualmente, le teorie in proposito sono molto diverse da quelle che andavano per la maggiore anche solo pochi anni fa. I ricercatori stanno chiarendo che l’ADHD non è un disturbo dell’attenzione in sé – come si era a lungo ritenuto – ma nasce da un difetto evolutivo nei circuiti cerebrali che stanno alla base dell’inibizione e dell’autocontrollo. A sua volta, questa mancanza di autocontrollo pregiudica altre importanti funzioni cerebrali necessarie per il mantenimento dell’attenzione, tra cui la capacità di posticipare le gratificazioni immediate in vista di un successivo e maggiore vantaggio. Insomma, questi bambini sono quelli che preferiscono l’uovo oggi alla gallina domani!I bambini affetti da ADHD, pertanto, non riescono a controllare le loro risposte all’ambiente. E’ come se in questo momento che state leggendo veniste bombardati da tanti altri eventi disturbanti, come la televisione accesa, i vostri figli che gridano fuori la stanza, il telefono che squilla e voi non riusciste ad annullare tutti questi stimoli per focalizzare la vostra attenzione solo su quello che state facendo e che vi interessa tanto. Se non aveste questa capacità di “filtrare” gli stimoli e “prestare attenzione” comincereste a sentirvi agitati perché vi rendereste conto di non riuscire nel vostro intento. Pensate se poi l’attenzione vi venisse richiesta per cose non tanto gradite, come studiare una pagina di storia medioevale, cosa fareste?  Ebbene, questa mancanza di controllo rende i bambini ADHD:
disattenti, iperattivi e impulsivi.

I sintomi centrali dell’ADHD, quindi, sono essenzialmente caratterizzati da un marcato livello di disattenzione e una serie di comportamenti -secondari- che denotano iperattività e impulsività.

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La realtà clinica dell’ADHD 
Nella loro realtà clinica questi sintomi si organizzano e si manifestano con una serie di aspetti complessi, nell’ambito dei quali non devono mai essere persi di vista.Andranno quindi sempre distinti:1)  Sintomi puri (“core symptoms”);2)  Profili sintomatologici specifici (aggressività, disturbo socialità, immaturità, isolamento)3)  Problemi comportamentali associati (di cui il più frequente è quello opposizionale, definito come “Oppositional Defiant Disorder”, ODD)
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ADHD: un problema marginale? 
L’ADHD non è affatto un problema raro, anzi appare – nell’ambito dei problemi di condotta – uno dei principali problemi della dimensione infantile moderna, un vero e proprio problema medico-sociale dal momento che è:
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La prevalenza 
La prevalenza dell’ADHD varia molto, secondo gli strumenti utilizzati e le realtà socio-antropologiche in cui viene studiata. I soggetti colpiti comunque sono numerosissimi in tutto il mondo. Ovunque adeguatamente ricercato il disturbo in età scolastica mostra una prevalenza intorno al 4%L’ADHD è stato identificato dai ricercatori in tutte le nazioni e in tutte le culture studiate. Il disturbo è maggiormente rappresentato nel sesso maschile secondo un rapporto che va da 3 a 9 maschi ogni femmina, a seconda delle ricerche, forse perché i maschi, secondo Barkley, sono geneticamente più soggetti alle malattie del sistema nervoso.Va rilevato che gli strumenti di screening utilizzati per un primo orientamento diagnostico (DSM-III-R e DSM-IV) sovrastimano il problema, perché lo confondono con il capitolo più ampio dei disturbi di condotta. Nella stima estrema, la prevalenza si ridurrebbe dal 18 al 3.9 %, dopo la valutazione con modelli diagnostici di secondo livello.
Quanto dura? 
L’ADHD non è un problema marginale che si risolve con l’età. Contrariamente, infatti, a quanto si riteneva un tempo la condizione può persistere in età adultaLa sua storia naturale, infatti, è caratterizzata da persistenza fino all’adolescenza in circa due terzi dei casi e fino all’età adulta in circa un terzo o la metà dei casi. E molti di quelli che non rientrano più nella descrizione clinica dell’ADHD hanno ancora significativi problemi di adattamento nel lavoro, a scuola o in altri contesti sociali.L’ADHD, infatti, significativamente si associa a disturbi dell’adattamento sociale (personalità antisociale, alcoolismo, criminalità), basso livello accademico ed occupazionaleproblemi psichiatrici, fino ad essere considerato uno dei migliori predittori, in età infantile, di cattivo adattamento psicosociale nell’età adulta. Anche se sembra che questo sia patrimonio più delle forme comorbide che delle forme semplici e delle forme con disturbi neuro-psicologici, e sia strettamente dipendete dal contesto evolutivo in cui cresce il bambino con ADHD, è la persistenza stessa dell’ADHD a rappresentare il fattore di peggior prognosi psicosociale, indicando che maggiormente perdurano gli effetti del disturbo più profondo è il loro influsso sullo sviluppo psico-emotivo.
 
Forma comorbida, prognosi peggiore 
Le forme comorbide sono più correlate ad una serie di profili sintomatologici negativi per quanto riguarda il rapporto con l’ambiente, con veri e propri profili psichiatrici e, quindi, hanno una peggiore prognosi. Le correlazioni più frequenti sono con:
  • Disturbi di Condotta (CD): aggressività, ansietà, psico-patologia materna, bassa auto-stima;
  • Disturbo Opposizionale (ODD): deprivazione sociale, basso rendimento scolastico, bassa competenza sociale.

Tutto questo è dovuto, purtroppo, al fatto che i soggetti affetti da ADHD manifestano nel tempo dei sintomi secondari che si pensa siano il risultato dell’interazione tra le caratteristiche proprie del disturbo con l’ambiente scolastico, sociale, familiare in cui il bambino si trova inserito. Basti pensare che il 58% degli studenti affetti da ADHD ha subito almeno una bocciatura durante la propria carriera scolastica (Cantwell e Satterfield 1978), insuccessi che sono attribuiti al loro deficit cognitivo (Marzocchi et al. 1999), alla loro scarsa motivazione (Van De Meere 1998) o alla comorbilità con i disturbi dell’apprendimento scolastico che possono essere presenti nel 50% dei bambini ADHD (Lambert e Sandoval 1980). 

Problemi relazionali 
Per quanto riguarda i problemi relazionali, i genitori, gli insegnanti e gli stessi coetanei concordano che i bambini con ADHD hanno anche problemi nelle relazioni interpersonali(Pelham e Millich 1984). Vari studi di tipo sociometrico hanno confermato che bambini affetti da deficit di attenzione con o senza iperattività:
  • ricevono minori apprezzamenti e maggiori rifiuti dai loro compagni di scuola o di gioco(Carlson et al, 1987);
  • pronunciano un numero di frasi negative nei confronti dei loro compagni dieci volte superiori rispetto agli altri;
  • presentano un comportamento aggressivo tre volte superiore (Pelham e Bender, 1982);
  • non rispettano o non riescono a rispettare le regole di comportamento in gruppo e nel gioco;
  • laddove il bambino con ADHD assume un ruolo attivo riesce ad essere collaborante, cooperativo e volto al mantenimento delle relazioni di amicizia;
  • laddove, invece, il loro ruolo diventa passivo e non ben definito, essi diventano più contestatori e incapaci di comunicare proficuamente con i coetanei.

Gli inevitabili fallimenti che il bambino ADHD accumulerà nella sua esperienza di vita – sociali, scolastici e familiari – favoriranno, inevitabilmente, lo sviluppo di tratti oppositivi e provocatori che rappresenteranno un aspetto molto problematico dell’ADHD, dal momento che questi tratti saranno i predittori di prognosi infauste: i ragazzi, infatti, che manifestano comportamento da deficit di attenzione/ iperattività e aggressività, saranno più a rischio di altri nello sviluppare comportamenti devianti, nell’incorrere in problemi con la giustizia o nell’uso di alcool e/o sostanze stupefacenti (Taylor et al 1996).

Capire le cause… 
Per poter aiutare i bambini (e gli adulti) colpiti da ADHD, gli psichiatri e gli psicologi devono capire meglio le cause del disturbo. Negli ultimi dieci anni, alcuni studi fondati sulle modernetecniche di elaborazione di immagini hanno indicato quali potrebbero essere le regioni cerebrali il cui cattivo funzionamento spiegherebbe i sintomi dell’ADHD. Stando a questi lavori, sembrerebbero coinvolti la corteccia pre-frontaleparte del cervellettoe almeno due gangli della base, ammassi di cellule nervose situati nelle profondità del cervello.In uno studio del 1996,Castellanos e Rapoport e i loro colleghi del National Institute of Mental Health, hanno scoperto che la corteccia pre-frontale destra e due gangli basali, il nucleo caudato e il globo pallido, sono significativamente meno estesi del normale nei bambini affetti da ADHD.Agli inizi del 1998, il gruppo di Castellanos ha trovato che in questi bambini anche il verme del cervelletto è di dimensioni inferiori alla norma.Le informazioni fornite dalle immagini sono significative perché le aree cerebrali di dimensioni ridotte nei soggetti affetti da ADHD sono proprio quelle che regolano l’attenzione. La corteccia pre-frontale destra, per esempio, è coinvolta nella programmazione del comportamento, nella resistenza alle distrazioni e nello sviluppo della consapevolezza di sé e del tempo. Il nucleo caudato e il globo pallido agiscono interrompendo le risposte automatiche per consentire una decisione più accurata da parte della corteccia e per coordinare gli impulsi che attraverso i neuroni raggiungono le diverse regioni della corteccia. L’esatto ruolo del verme del cervellettonon è stato ancora chiarito, ma indagini recenti fanno ritenere che abbia a che fare con l’essere più o meno motivati.
 
Malattia genetica? 
Da che cosa deriva la ridotta dimensione di queste strutture cerebrali nei soggetti affetti da ADHD? Molti studi sembrano avvalorare l’ipotesi che il fenomeno possa essere dovuto a una disfunzione di alcuni dei numerosi geni che normalmente sono attivi durante la formazione e lo sviluppo della corteccia pre-frontale e dei gangli basali. La maggior parte dei ricercatori attualmente pensa che l’ADHD sia un disturbo poligenico, ossia determinato dal concorso di più geni.Le prime indicazioni sull’origine genetica dell’ADHD sono venute da ricerche condotte sulle famiglie dei bambini affetti dal disturbo. Per esempio, si è osservato che i fratelli e le sorelle di bambini con ADHD hanno una probabilità di sviluppare la sindrome da 5 a 7 volte superiore a quella dei bambini appartenenti a famiglie non colpite. E i figli di un genitore affetto da ADHD hanno fino a cinquanta probabilità su cento di sperimentare le stesse difficoltà.La prova più conclusiva del contributo genetico all’ADHD, però, viene dallo studio sui gemelli. Nel 1992, Jacquelyn I. Gillis, allora all’Università del Colorado, e suoi colleghi scoprirono che il rischio di ADHD in un gemello monozigote di un bambino affetto dal disturbo è tra 11 e 18 volte superiore a quello di un fratello non gemello di un bambino con ADHD; si valuta che tra il 55 e il 92% di gemelli monozigoti di bambini affetti da ADHD finisca con sviluppare la sindrome.Uno dei più ampi studi sull’ADHD relativo a gemelli fu condotto daHelene Gjone e Jan M. Sundet dell’Università di Oslo, insieme con Jim Stevensondell’Università di Southampton in Inghilterra. Coinvolgeva 526 gemelli monozigoti, che ereditano esattamente gli stessi geni, e 389 gemelli eterozigoti, la cui somiglianza genetica è analoga a quella di fratelli nati a distanza di anni. Il gruppo di ricerca scoprì che l’ADHD è ereditario quasi all’80%, cioè che circa l’80% delle differenze nell’attenzione, nell’iperattività e nell’impulsività tra persone affette da ADHD e persone sane può essere spiegato da fattori genetici.
Anche fattori non genetici? 
I fattori non genetici che sono stati collegati all’ADHD includono la nascita prematural’uso di alcool e tabacco da parte della madrel’esposizione a elevate quantità di piombo nella prima infanzia e le lesioni cerebrali – soprattutto quelle che coinvolgono la corteccia pre-frontale. Presi insieme, tuttavia, questi fattori possono spiegare dal 20 al 30% dei casi di ADHD tra i maschi, e ancora di meno tra le femmine. Contrariamente alla convinzione popolare, non si è travata alcuna significativa correlazione tra ADHD e metodi educativi ofattori dietetici, come la quantità di zucchero consumata dai bambini. Nel 1975 Feingold avanzò l’ipotesi e dimostrò, poi, conducendo alcune ricerche di discutibile rigorosità metodologica, che l’iperattività fosse una reazione di tipo tossica e/o allergica ai coloranti e ai conservanti contenuti in numerosi cibi di cui i bambini, durante gli anni della scuola, fanno largo uso e che l’esclusione dalla loro dieta migliorava sensibilmente il loro comportamento. In realtà, i suoi risultati non sono stati confermati e una seria dieta sembra realisticamente difficile da realizzare.  Inoltre, poiché molti bambini con allergie non presentano ADHD e molti bambini con ADHD non hanno allergie è necessario essere molto cauti nel trarre facili conclusioni. Potrebbe esistere un sottotipo di soggetti iperattivi che presentano intolleranze alimentari e/o allergie a causa di un irregolare funzionamento del SNC che determina anche una scarsa regolazione del livello di attenzione (Marshall 1989).L’ambiente non ha importanza decisiva nella genesi del disturbo di concentrazione, come per altri disturbi di condotta a base emotivo-educazionale, tuttavia l’esperienza esistenziale del bambino con Disturbo di Concentrazione, caratterizzato da “insuccessi” e frustrazioni nel campo relazionale, sociale e scolastico, potrà determinare disturbi comportamentali secondari su base psico-emotiva, che spesso accentuano e confondono gli stessi sintomi di iperattività e impulsività con cui il disturbo si presenta. In questo senso, la patogenesi dell’intero sistema di sintomi dell’ADHD si può considerare effetto della confluenza di fattori neuro-biologici e psicosociali, mediata da un disturbo dello sviluppo cognitivo-emotivo che assume un ruolo centrale.
I geni per la dopamina 
Forse determinanti sono quei disturbi che agiscono sul modo con cui il cervello utilizza la dopamina, una sostanza che funziona da neurotrasmettitore, trasportando segnali chimici da una cellula nervosa a un’altra. La dopamina è secreta dai neuroni in particolari zone del cervello per inibire o modulare l’attività di altri neuroni, in particolare di quelli coinvolti nell’emozione e nel movimento. I disturbi del movimento nel morbo di Parkinson, per esempio, sono provocati dalla morte di neuroni produttori di dopamina in una formazione del cervello, la substantia nigra, che si trova al di sotto dei gangli basali.Alcuni studi molto convincenti mettono in particolare evidenza il ruolo svolto dai geni che impartiscono le istruzioni per la produzione dei recettori e dei trasmettitori della dopamina: questi geni sono molto attivi nella corteccia pre-frontale e nei gangli basali. I recettori della dopamina si trovano sulla superficie di alcuni neuroni. La dopamina trasporta il suo messaggio a questi neuroni legandosi ai recettori. I trasportatori di dopamina si protendono dai neuroni che secernono il neurotrasmettitore e recuperano la dopamina inutilizzata in modo che possa essere usata di nuovo. Mutazioni nel gene per il recettore della dopamina possono rendere i recettori meno sensibili alla dopamina. Al contrario, mutazioni nel gene per il trasportatore della dopamina possono rendere eccessivamente attivi i trasportatori facendo in modo che essi eliminino la dopamina secreta prima che essa abbia la possibilità di legarsi agli specifici recettori situati su un neurone adiacente.Nel 1995, Edwin H. Cook e i suoi colleghi dell’Università di Chicago resero noto che i bambini affetti da ADHD avevano una maggiore probabilità di presentare una particolare variante del gene (SLC6A3) per il trasportatore (carrier responsabile del trasporto transneuronale e del re-uptake) della dopamina DAT1. Analogamente, nel 1996, Gerald J. LaHoste dell’Università della California e Irvine e i suoi collaboratori osservarono che nei bambini affetti da ADHD era particolarmente abbondante una variante del gene per i recettori di dopamina D2 e D4, il cui polimorfismo giustificherebbe le varianti cliniche dell’ADHD.Non sussistendo una sufficiente concentrazione di neurotrasmettitori che garantisca un adeguato trasporto del segnale nervoso, si verifica essenzialmente un’alterazione della funzione di blocco della reazione agli impulsi sensoriali e di selezione di questi in vista della scelta di adeguati handlings. La conseguenza è che il bambino con Disturbo di Concentrazione non sarà in grado di reagire agli stimoli ambientali attraverso un’adeguata scelta e graduazione del repertorio motorio e comportamentale.In definitiva, si potrebbe affermare che i difetti genetici e di struttura cerebrale osservati nei bambini affetti da ADHD portano ai comportamenti caratteristici del disturbo dell’attenzione associato a iperattività riducendo la capacità di inibire comportamenti inadeguati e di autocontrollo, il che – a giudizio di Barkley– è il deficit centrale nell’ADHD.
L’autocontrollo 
L’autocontrollo – ossia la capacità di inibire o di posporre le immediate risposte motorie (e forse emotive) a un evento – è fondamentale per l’esecuzione di qualsiasi compito. Crescendo, la maggior parte dei bambini matura la capacità di impegnarsi in attività mentali, le funzioni esecutive, che li aiutano a vincere le distrazioni, a ricordare gli obiettivi e a compiere i passi necessari per raggiungerli. Per conseguire un obiettivo nel lavoro o nel gioco per esempio, bisogna essere in grado di ricordare lo scopo (retrospezione), di chiarirsi ciò che serve per raggiungere quell’obiettivo (previsione), di tenere a freno le emozioni e di motivarsi. Se una persona non riesce ad evitare l’interferenza di pensieri e impulsi, nessuna di queste funzioni può essere portata a termine con successo.Nei primi anni, le funzioni esecutive sono svolte in modo esterno: avviene che i bambini parlino tra sé ad alta voce richiamando alla mente un compito o interrogandosi su un problema. Via via che maturano, i bambini imparano a interiorizzare, a rendere private, le funzioni esecutive, impedendo ad altri di conoscere i loro pensieri. 
I soggetti con ADHD, invece, appaiono privi del “freno” necessario per inibire l’esecuzione davanti a tutti delle “funzioni esecutive”. 
Angelo Vigliotti
Scritto da Angelo Vigliotti