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Rompere il ghiaccio ( guardare oltre la siepe)     

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Cosa aspettare e perchè non rompere il ghiaccio, ora?
Ci sono persone che vedono e non guardano, sanno ma non conoscono, capiscono ma non comprendono,vogliono bene, ma non amano, si accorgono della vita ma non scoprono la vita. Chi sono queste persone? Sono io, forse sei tu, forse sono migliaia, milioni di altre persone. Rompiamo il ghiaggio, entriamo nella notte, viaggiamo nel caos per godere totalmente della bellezza del corpo, della grandezza dello spirito, della percezione dei sensi, del tocco dell’immensità, di una luce ineffabile. In questa vita cerchiamo di non essere parziali. Possiamo essere imperfetti ma non parziali. Entriamo nella totalità.
Recanati è un piccolo borgo delle Marche e sorge sulla cima di un colle, la cui cresta tortuosa è quasi pianeggiante, a 296 metri sul livello del mare tra le valli dei fiumi Musone e Potenza. Se è bel tempo sulla vista del mare adriatico si possono scorgere i monti dell’ex Iugoslavia, e verso nord il monte Conero. Girando piano piano lo sguardo si vedono le cime degli appennini, sia dei monti sibillini ( il gran sasso e il majella) sia il monte san vicino, lo strega, il caria. E poi puoi osservare un gran numero di borghi nell’ampia distesa tra le colline, la pianura e le ameni valli che circondano il paese. E’ un paese da terrazza panoramica. A Recanati è nato Leopardi, il grande e triste poeta dell’infinito.
Riporto la poesia ” l’ infinito” ( tratto dal secondo manoscritto autografo, conservato nell’archivio comunale di Recanati. L’idillio viene scritto fra il 1819 e il 1821 – si pensa tra la primavera e l’autunno del 1819 – , ma sarà pubblicato nel 1825 ) :

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,        E questa siepe, che da tanta parte        De l’ultimo orizzonte il guardo esclude.        Ma sedendo e mirando, interminato        Spazio di là da quella, e sovrumani        Silenzi, e profondissima quiete        Io nel pensier mi fingo, ove per poco        Il cor non si spaura. E come il vento        Odo stormir tra queste piante, io quello        Infinito silenzio a questa voce        Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,        E le morte stagioni, e la presente        E viva, e ‘l suon di lei. Così tra questa        Infinità s’annega il pensier mio:        E ‘l naufragar m’è dolce in questo mare.

Per un attimo usciamo fuori dalla biografia di Leopardi, che scrisse questa poesia dopo il fallimento della fuga dal suo “vil borgo natio” e guardiamo all’idillio come una poesia del silenziio e dell’eternità. Leopardi ci invita a guardare oltre la siepe, a entrare in uno spazio senza confini, nella nube dell’inconoscenza, anche se questo può sembrare drammatico. Entrando nell’infinito usciamo dal tunnel. Il pensiero determina la più grossa resistenza verso l’amore e una volta attenuato tu entri nella conoscenza, tu vai oltre il sapere, e una volta compreso che nello stesso momento in cui tu sei una goccia nell’oceano, l’oceano può essere dentro di te, tu inizi a “naufragare” in un mare di piacere e di godimento.

Angelo Vigliotti
Scritto da Angelo Vigliotti